Quali sono i perversi meccanismi del crimine? Ne parliamo con Adolfo Morganti: bolognese di origine, 58 anni, laureato in psicologia presso l’Università di Padova il 23 Novembre 1982 con una Tesi sul tema La psicologia buddista tibetana: spunti per un’analisi. Ha eseguito la specializzazione in psicoterapie brevi presso il C.I.S.S.P.A.T. di Padova a 24 anni con una tesi sul tema Yoga e Training Autogeno nel pensiero di J.H. Shultz. Psicologo e psicoterapeuta iscritto all’albo speciale degli psicoterapeuti della Repubblica Italiana , esercita la professione dal 1984 presso il proprio studio in Rimini. Co-fondatore e Presidente emerito dell’Ordine degli psicologi della Repubblica di San Marino (1993-1996), nel 2004- 2005 è incaricato dell’insegnamento di Psicologia Generale presso il Corso di Laurea in Scienze del Servizio Sociale dell’Università “Guglielmo Marconi” di Roma. Esperto e consulente legale per conto dei Tribunali Civili e Penali di Rimini, Urbino e San Marino, e presso il Tribunale Ecclesiastico Flaminio di Bologna, è stato console onorario di Romania presso la Repubblica di San Marino. Scrittore, saggista ed editore,  ha tenuto corsi in varie università italiane. Un personaggio insomma di grande spessore e dai molteplici interessi.

La sua passione per la psicologia, in particolare buddista e tibetana, è nata da un evento particolare?

Sì. Lo studio della religiosità tradizionale è sempre stata un punto fermo della mia visione del Mondo. In modo particolare scoprire tramite le prime letture (siamo alla fine degli anni ’70…) la struttura epistemologica della “psicologia” del buddhismo tibetano, attraverso Autori come Giuseppe Tucci, il pionieristico Edward Conze e Rune Johannson ha profondamente segnato il mio percorso di studi e la mia crescita professionale.
In base alla sua esperienza, c’è un aspetto che accomuna i criminali con cui ha avuto a che fare?

Mi sono sempre occupato solo di alcuni settori della criminologia, primo fra i quali i reati commessi dalle sette pseudoreligiose. Il tratto comune ad ognuna di esse è un progressivo delirio d’onnipotenza che coinvolge il “guru”, il cerchio ristretto degli “apostoli”, e per gradi il pubblico più vesto degli adepti. Si tratta di una versione allargata a gruppi umani sovente non troppo esigui di una visione paranoide della realtà, in cui il “guru” prende il posto di dio e soprattutto inizia a credersi realmente tale.

C’è un episodio che lo ha colpito particolarmente durante la sua carriera?

Un processo a Bologna, in cui la “gura” di una setta veramente parodistica pseudo-cristiana, infarcita di spiritismo e sincretismo basata in Romagna, aveva citato in giudizio una giovanissima cronista de Il Resto del Carlino che aveva definito “setta” la sua setta. Come troppo spesso capita grazie a profonde solidarietà massoniche, incredibilmente la querela aveva fatto il suo corso e si era giunti in tribunale; a me, in quanto teste della difesa, era deputato il compito di spiegare al magistrato ed anche agli avvocati presenti – che maneggiavano una materia di cui nulla sapevano – cosa sia una setta, come si definisca, e che differenza vi sia fra una setta ed una religione tradizionale. Il giudice. giovanissimo anch’egli, alla fine della mia fin troppo dotta escursione filologica fra latino ed italiano sui termini suddetti, mi fece una sola domanda: “E’ mai stato denunciato da nessuno per aver detto ciò?” Avendogli risposto che “Ovviamente no”, vincemmo la causa.
Compresi come l’ignoranza fosse ed ancora è la base in cui queste forme di parodia parareligiosa continuano a potersi muovere anche oggi.

Cosa spinge, almeno nella maggior parte dei casi, una persona a commettere un crimine?

Dipende dalla natura dei crimini… povertà, disperazione, follia, desiderio smodato di ricchezza e potere… tutto ruota attorno ai tre grandi Idola tribus della modernità, che T.S. Eliot così elenca nei suoi Cori della Rocca: denaro, lussuria e potere.

Come è possibile la cura di disturbi psicopatologici di natura e entità diversa? E quando invece non lo è?

Domandona… Nel tempo la nostra capacità di intervento in caso di patologie mentali ritenuti fino a pochi decenni fa incurabili si è molto allargata. Questo mettendo assieme diverse modalità d’intervento: farmacologico, psicologico, sociale, ed imparando ad accompagnare il paziente al di là del suo ricovero d’urgenze lungo il lungo cammino del suo reinserimento in una vita “normale”. Nel contempo tuttavia le patologie mentali cambiano anch’esse: sono sempre più diffuse quelle che Viktor Frankl chiamava le “nevrosi noogene“, ossia da mancanza di significato dell’esistenza; nuove dipendenze da tecnologia digitale colpiscono migliaia di ragazzi inavvertiti… Si tratta sempre di inseguire i malvagi “progressi” della dissoluzione, comprendendone gli sviluppi e cercando di adattare le risposte di sempre alle nuove circostanze.
Certamente non ci si annoia.