L’empatia è ciò che accende in noi la compassione e il desiderio di aiutare il prossimo. Molte ricerche hanno dimostrato che comportamenti violenti, psicopatici e antisociali sono legati alla mancanza di empatia, che sarebbe a sua volta legata a un difetto nei circuiti neuronali.

In passato gli scienziati sostenevano che i bambini fossero incapaci di provare empatia e che non si preoccupassero del benessere degli altri. Recentemente è stato invece scoperto che l’empatia si manifesta già entro il primo anno di vita. Dopo aver condotto alcuni studi sul comportamento dei bambini Maayan Davidov, psicologa della Hebrew University di Gerusalemme, è giunta alla conclusione che già prima dei sei mesi di età, molti bambini reagiscono a stimoli simili con un’espressione del viso che indica preoccupazione, molti di loro arrivano addirittura a compiere gesti affettuosi come protendersi in avanti e cercare di comunicare con la persona sofferente. All’età di un anno e mezzo l’empatia si traduce in un comportamento sociale positivo, come abbracciare un bambino triste o dargli il proprio giocattolo per confortarlo. Tuttavia, a partire già dai due anni, gli scienziati osservano in alcuni bambini lo sviluppo del cosiddetto “disinteresse attivo”, che si manifesta mediante un atteggiamento di scherno nei confronti del prossimo. La psicologa Carolyn Zahn-Waxle della University of Wisconsin ha scoperto inoltre che tali bambini avevano la tendenza, più degli altri, a sviluppare in età adulta, comportamenti antisociali e, in casi particolari, anche determinate forme di psicopatia vera e propria, diventando individui freddi e calcolatori che non hanno scrupoli nel commettere gli atti più violenti.

Se il deficit di empatia, che è alla base dei comportamenti psicopatici, può essere individuato a partire dall’infanzia, la cattiveria, risiede nei geni? La risposta non è né un sì né un no categorico. Come per molte altre patologie, geni e ambiente svolgono entrambi un ruolo importante. In seguito a particolari studi sui gemelli, è stato possibile vedere che parte delle valutazioni CU (Callous-Unemotional, una valutazione della personalità insensibile anaffettiva) alte erano dovute ad un retaggio genetico. In molti casi i bambini predisposti alla carenza di empatia hanno anche poche opportunità di migliorare il loro comportamento. “Non è difficile capire che un bambino che non mostra affetto come gli altri, che non mostra empatia, susciterà reazioni diverse in chi lo circonda (genitori, maestri, coetanei) rispetto a un bambino più socievole ed empatico.” osserva la psicologa ricercatrice Essi Viding. Con l’avanzare dell’età ciò che inizialmente è un’alterazione del comportamento, finisce per essere un vero e proprio disturbo: la psicopatia. Il finto dolore e la mancanza di rimorso sono tra le caratteristiche principali degli psicopatici, essi sono indifferenti ai sentimenti degli altri, anche se talvolta provano a simulare emozioni. “Sono assolutamente incapaci di provare empatia, senso di colpa o rimorso” – afferma Kent Kiehl, neuroscienziato del Mind Research Network e della University of New Mexico – “è gente davvero diversa dalla maggior parte di noi”. Kiehl ha compiuto alcuni studi su gruppi di detenuti di diverse prigioni di cui ha analizzato le risonanze magnetiche ed è arrivato a concludere che tra i reclusi delle carceri statunitensi e canadesi quasi un maschio adulto su cinque dà segni di psicopatia, che viene misurata attraverso 20 indici, tra cui l’impulsività e la mancanza di rimorso. Nella popolazione maschile generale il rapporto è di 1 su 150. Kiehl ed i suoi colleghi hanno sottoposto a risonanza magnetica più di 4000 detenuti, misurando la loro attività celebrale e le dimensioni di diverse aree del loro cervello. Quando viene chiesto lor di pensare a parole cariche di suggestioni motive come “tristezza” o “disapprovazione” mostrate alcuni istanti prima, i criminali psicopatici mostrano una ridotta attività dell’amigdala, la parte del cervello che gestisce le emozioni. In un altro test mirato a verificare la capacità dei detenuti di prendere decisioni morali i ricercatori chiedevano ai detenuti di valutare il grado si fastidio suscitato da alcune immagini proiettate su uno schermo di persone torturate o volti pieni di sangue. Nonostante la valutazione degli psicopatici e dei non psicopatici sia stata la medesima dato che entrambe le categorie riconoscevano la violazione morale insita nelle immagini, i primi tenevano a mostrare una minore attivazione delle regioni cerebrali preposte al ragionamento morale. In base a queste considerazioni Kiehl é giunto alla conclusione che gli psicopatici abbiano menomazioni del sistema di strutture cerebrali interconnesse, tra cui l’amigdala e la corteccia orbitofrontale, che servono a elaborare emozioni, prendere decisioni, controllare impulsi e stabilire obiettivi. “Rispetto ad altri detenuti gli individui con tratti psicopatici elevati hanno dal 5 al 7 per cento di materia grigia in meno”, afferma Kiehl. Pare che lo psicopatico compensi tale mancanza usando altre parti del cervello per simulare ciò che di fatto appartiene al campo delle emozioni. “Questo significa che lo psicopatico deve pensare a ció che é giusto o sbagliato mentre il resto delle persone lo percepisce a livello emotivo.”
Abiga Marsh, psicologa alla Gergetown University, racconta che all’etá di 19 anni ebbe un incidente: dopo aver sterzato bruscamente per evitare un cane, la sua auto finí sulla corsia di sorpasso della carreggiata opposta. Un uomo si fermó, attraversó la strada e la aiutó a rimettere in moto rischiando la propria vita. Questo gesto si spiega solo con l’altruismo. Negli anni successivi la psicologa si chiese cosa potesse spingere un individuo a compiere gesti simili e cerco di capire se tale condizione fosse l’opposto della psicopatia. Condusse le sue ricerche su un gruppo di 19 donatori di rene; per osservare l’attivitá cerebrale i volontari furono sottoposti a risonanza magnetica mentre venivano mostrate loro diverse fotografie di volto impauriti, arrabbiati, tranquilli, etc. Davanti alle espressioni di paura, nei donatori si evidenziò una maggiore risposta dell’amigdala, la quale sembrava in media l’otto per cento piú grande. “L’espressione spaventata dovrebbe suscitare preoccupazione e comprensione; la mancanza di reazione é sintomo di indifferenza nei confronti degli altri”, spiega Marsh. “Considerato che la paura è il genere più acuto di sofferenza, i donatori di rene sono risultati molto più sensibili alla sofferenza altrui, e forse ciò è dovuto, almeno in parte, alle dimensioni minori dell’amigdala.”
La maggior parte delle persone nel mondo non è nè altruista nè psicopatica, cosí come la maggior parte degli individui non commette atti di violenza contro gli altri. Eppure i genocidi, ossia uccisioni di massa organizzate per motivi etnici, nazionali, razziali o religiosi rese possibili dalla complicitá e dalla passivitá di un gran numero di persone, fanno parte della storia dell’umanitá. Per capire come sia possibile per gli esecutori di un genocidio mettere da parte la coscienza può essere utile ricordare un noto esperimento condotto negli anni Sessanta dallo psicologo Stanley Milgram, della Yale University. I partecipanti alla prova dovevano dare una scossa elettrica a una persona che si trovava in un’altra stanza ogni volta che rispondeva in modo scorretto a una domanda e avevano l’obbligo di aumentare il voltaggio a ogni errore. Incitati da un presunto sperimentatore in camice bianco spesso i partecipanti erano inclini a somministrare scosse di elevata intensitá. Tuttavia le scosse non erano reali e le urla erano registrate. Gli studi dimostrarono ciò che Milgram definì “estrema propensione degli adulti a compiere pressochè qualsiasi cosa per obbedire al comando di un’autoritá”.
Altri studi compiuti da Gregory Stanton, ex dirigente del Dipartimento di Stato americano e fondatore di Genocide Watch, un’organizzazione non profit che lavora per prevenire gli stermini di massa, ha individuato le tappe che possono portare persone normali a commettere omicidi. Il tutto inizia quando dei leader prendono di mira un gruppo definendolo “gli altri” e presentandolo come una minaccia. Una volta avviata la discriminazione, i leader arrivano a caratterizzare “gli altri” come subumani facendo quindi svanire ogni traccia di empatia dei propri seguaci nei loro confronti. La societá si spacca e gli ideatori del genicidio dicono “O sei con noi o contro di noi”. Segue una fase di separazione allo sterminio in cui i membri del gruppo “altro” vengono costretti a spostarsi in ghetti o deportati nei campi di concentramento. Molti esecutori non hanno alcun rimorso e questo non perchè siano incapaci di provare emozioni (come gli psicopatici), ma perchè trovano il modo di razionalizzare le loro azioni e questo a causa della “straordinaria capacitá della mente umana di giustificare le peggiori azioni”, come afferma James Waller, studioso di genocidi.

La capacità di provare empatia e trasformarla in compassione può essere innata, ma questo non vuol dire che non si possa insegnare ad un individuo ad essere più generoso e gentile. Sono state scoperte numerose tecniche, una delle quali deriva dalla tradizione buddhista e prevede che il soggetto mediti su una persona cara indirizzando affetto e gentilezza verso l’individuo, per poi estendere questi sentimenti verso amici, conoscenti e perfino nemici.

Alcuni studiosi hanno elaborato un vero e proprio spettro empatico sulla base di test che misura il quoziente intellettivo, le cui domande mirano a determinare il grado di interesse di un individuo per emozioni e sentimenti altrui. Alle due estremità si trovano gli altruisti estremi e gli individui incapaci di provare compassione. Nel mezzo vi sono professionisti di discipline umanistiche, che ottengono punteggi elevati nei test QE a differenza dei professionisti di materie scientifiche, infatti, chi ragiona in termini molto sistematici spesso ha risposte empatiche più basse alla media.

Molti psicologi ritengono che l’allenamento alla compassione dovrebbe essere inserito nei programmi scolastici, in modo che la gentilezza istintiva non sia più una caratteristica straordinaria, ma diventi un tratto di tutti gli esseri umani.