«Riempire di emotività una disciplina relegata nel passato ormai da troppe persone». Così il professor Federico Valacchi, ordinario di achivistica all0università di Macerata,  introduce l’obiettivo dell’incontro dell’associazione Archivistica Attiva, ospitato dal Leomagazine nel pomeriggio del 5 ottobre nella sala Luca Giordano a palazzo Medici – Riccardi, ricordandoci subito dopo che “ nell’archivistica abbiamo comunque bisogno di metodo in mezzo alle emozioni ”. L’incontro comincia con l’intervento della professoressa Donatella Frilli, dirigente scolastico del Liceo Leonardo da Vinci, la quale esprime la volontà di esplorare e valorizzare l’ormai centenario archivio del liceo, contenente fatti che riguardano perfino la vita scolastica dei primi del novecento. Segue poi il professor Domenico del Nero direttore del Leomagazine, raccontandoci di aneddoti assai “particolari” da lui ritrovati negli archivi nella sua attività di saggistica: come ad esempio quello del processo di un prete di Carrara del ‘700 che vista la sua “moderatissima” passione per il bere nelle taverne era solito organizzarvi “incontri di pugilato” fra lui e i clienti  «Per quanto dettagliati possano essere i libri di storia, essi sono tuttavia esprimo spesso punti di vista  soggettivi». Così il professore sottolinea l’importanza della “presa diretta” offerta dai documenti appartenenti a un epoca storica, contenenti quindi fatti e discorsi riportati direttamente da uomini e donne del tempo.  Segue il discorso della studentessa Elisa Chiofalo membro dello staff del Leomagazine: «Osservando i cambiamenti del nostro oggi dal nostro ieri di anni fa ci si accorge con stupore della grande differenza fra la quotidianità passata e quella presente». Da qui parte un discorso che ci porta a immaginare un futuro in cui, per mezzo degli archivi, il nostro presente diventerà uno specchio attraverso il quale le prossime generazioni potranno guardare per capire quanto, come e perché, il loro mondo sia cambiato rispetto al nostro, così come noi facciamo con le generazioni a noi precedenti.

Federico Valacchi introduce poi l’obiettivo dell’ incontro e dei relatori.«Archivistica pubblica accanto a quella tecnica». Così il professore indica la possibilità dell’archivistica di agire all’interno della società: «poiché gli archivi sono garanzia, diritti e identità». La moderatrice Elena Gonnelli spiega poi come sarà organizzato il resto dell’incontro. Inizia così il turno dei sette relatori, “addetti ai lavori”  a cui è stata assegnata una parola ciascuno e dieci minuti per parlarne. La prima parola è: “Racconto”, introdotta da Anna Fuggi. Raccontare l’archivistica è necessario poiché «L’archivio è qualcosa che è dentro di noi, non un qualcosa di difficile da comunicare». In che senso “Racconto” è collegato ad “archivistica”? La relatrice ci risponde dicendoci: «La presenza di un filo logico che colleghi i documenti di una storia è essenziale», ed è infatti attraverso ciò che questi documenti diventano parte di un racconto che rappresenta il passato. La seconda parola è: “Spazio” introdotta da Ilaria Pescini. Gli archivi occupano spazio: fisico e digitale, ed è attraverso questo spazio che si riflette il tempo in cui sono stati scritti tutti i documenti dell’archivio dando un’immagine della vastità d’informazioni presenti all’ interno di quest’ultimo. Così lo spazio fisico e digitale si trasforma in spazio scenico volto a trasmettere e raccontare l’archivio stesso. La terza parola è: “Mistero” e ce ne parla Marta Fabbrini. Il mistero è presente nella visione dell’archivistica che hanno le persone esterne alla disciplina, ma non solo.  Esso è presente anche nella disciplina stessa in quanto: «l’archivistica è una ricerca di mistero che fornisce risposte sempre nuove e diverse da quelle che ci si aspetta». La quarta parola è: “Perplessità” spiegata da Lorenzo Sergi. Questa sensazione la si trova quando per la prima volta ci s’interfaccia con il mondo dell’archivistica e la si continua a provare successivamente per via della scarsa importanza che la società odierna attribuisce a questa disciplina. Per colpa di ciò Lorenzo ci fa notare di come: «molti archivisti soffrano di uno “snobbismo” intellettualistico». La perplessità è comunque una sensazione che dona un po’ di umanità alla professione dell’archivista che rischia altrimenti di essere trattato come una macchina che si limita a eseguire ciò che gli viene chiesto. La quinta parola è: “Insicurezza” introdotta da Marta Bonsanti. Vista la quantità enorme d’informazioni presenti all’interno degli archivi questa sensazione è parte integrante del lavoro dell’archivista;  anch’essa contribuisce a mettere un ulteriore accento di umanità sulla figura dell’archivista. L’insicurezza infatti a volte permette di risalire a scoperte nuove e affascinanti, che altrimenti sarebbero rimaste celate all’interno di gigantesche pile di documenti. La sesta parola, introdotta da Giovanni Aprea è: “Dispersione”. La parola ha lo scopo di evidenziare la difficoltà del mestiere dell’archivista riconducendosi al discorso dell’insicurezza del dover esplorare una quantità empirica d’informazioni. Il discorso procede con un’analisi degli sviluppi tecnologici che vanno a creare appunto una dispersione fra la disciplina dell’ archivistica che trova difficoltà nello stare al passo con le richieste del progresso scientifico che dal canto suo non lascia di certo tempo per adagiarsi sugli allori. Ultima parola, esposta da Sabina Pavone,ordinaria di storia moderna all’università di Macerata è “rigore”, parola che è più che chiave dell’archivistica in quanto ne è condizione di esistenza: «metodologia e impegno sono essenziali in ogni lavoro archivistico, ma oltre al rigore è necessario anche il caso, è difatti grazie ad esso che sono state fatte le più belle scoperte archivistiche». Così si chiude il discorso sull’ultima delle sette parole chiave dell’archivistica. Sono state tuttavia aggiunte e discusse altre due parole durante il dibattito col pubblico e cioè: “Scelte” e “errore”. La prima volta a spiegare la difficoltà delle scelte di un archivista che si trova a dover scartare documenti non strettamente necessari, in quanto essi non sono sempre facili da individuare. La seconda invece volta ad accentuare ulteriormente l’importanza del rigore all’interno dell’archivistica, dove un umanissimo errore rischia di celare al mondo intero scoperte fondamentali sul suo passato.