Sono le 19.59 di Domenica 28 maggio 2017 e allo stadio Olimpico di Roma i tifosi sono in lacrime, disperati, nonostante la Roma abbia appena vinto in rimonta contro il Genoa e sia dunque arrivata ufficialmente la qualificazione diretta alla Champions League. Il risultato passa in secondo piano e tutti i 65000 spettatori alzano al cielo una bandiera giallorossa, su cui è scritto il numero 10. Stanno celebrando Francesco Totti, che dopo 25 stagioni in Serie A disputate tutte con la stessa maglia, si è appena ritirato. Sembrava impossibile, e invece è successo: Totti ha smesso di giocare a calcio.

È la fine di un’era. Il capitano giallorosso è stato infatti uno dei più grandi giocatori della storia del calcio, e forse il più grande calciatore italiano di tutti i tempi. Sicuramente è stato il simbolo di un calcio che non c’è più, un calcio in cui i giocatori non si comportavano da mercenari, pronti a cambiare squadra ogni stagione solo per guadagnare qualche spicciolo in più, ma erano guerrieri, fedeli alla propria maglia e alla propria città. Totti, insieme a De Rossi, era l’ultima bandiera rimasta nel calcio moderno e, nonostante il suo enorme talento, ha sempre preferito restare nella sua amata Roma, squadra che ha sempre tifato fin da bambino e nella quale è cresciuto, ai molti titoli, sia di squadra che individuali, che avrebbe potuto vincere se fosse andato a giocare nelle grandi squadre come il Real Madrid. Ma a Totti non serve vincere il pallone d’oro, perché non c’è premio più grande per un calciatore che essere idolatrato e venerato come un dio dai tuoi tifosi, dal tuo popolo.

Una vecchia canzone di Francesco de Gregori (che tra l’altro è un tifoso romanista) dice che “un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla fantasia”. Ebbene, Totti aveva tutte queste caratteristiche. L’altruismo perché nonostante abbia giocato prevalentemente come prima punta, è stato anche seconda punta, trequartista, ala e persino “falso nueve” o regista di centrocampo, dunque si è dimostrato in grado di sacrificarsi per la squadra e non si è mai lamentato di nessun allenatore, non ha detto una parola nemmeno in queste ultime due stagioni, nelle quali Spalletti l’ha fatto giocare solo spezzoni di partita, talvolta quasi offensivi per un campione come lui. La fantasia la si è vista sempre, in ogni giocata di Francesco, dai colpi di tacco ai rigori calciati col “cucchiaio”. Inoltre lui è sempre stato il primo a rilasciare dichiarazioni quando le cose andavano male e non ha mai avuto paura di niente, dentro e fuori dal campo; queste doti l’hanno reso un leader coraggioso e carismatico.

Ma sono i numeri a parlare: 784 partite, tutte con la stessa maglia, 307 gol in carriera di cui 250 in serie A (secondo solo a Piola nella classifica all time dei cannonieri del campionato), 46 doppiette in Serie A, 91 rigori trasformati su 113 (in Italia nessuno come lui) e 7 trofei vinti, tra i quali spiccano lo scudetto del 2001 e il campionato del mondo vinto nel 2006 con la maglia azzurra, nel quale fu decisivo agli ottavi di finale contro l’Australia incaricandosi di tirare il rigore decisivo al 95’, che realizzò con un magico cucchiaio. Il resto è storia.

Ieri, durante il commovente addio al calcio del “pupone”, abbiamo visto il bello del calcio, che unisce le masse e non le divide. Non c’è bisogno di tifare Roma per versare una lacrima per questo gran calciatore, che durante la sua infinita carriera non è stato amato dai tifosi delle altre squadre, ma che resta comunque nel cuore di tutti. E dunque ieri, col suo ultimo giro di campo e con la sua lettera di addio ai tifosi della Roma, tutta Italia e forse anche tutto il mondo, si è stretta simbolicamente attorno a lui in quel suo disperato abbraccio con moglie e figli.

Il picco di maggior commozione si è raggiunto quando Totti, nel suo discorso semplice ma toccante, un po’ come lui, ha detto: “Maledetto tempo … oggi questo tempo mi ha bussato sulle spalle e mi ha detto ‘domani sarai grande’, levati gli scarpini perché da oggi sei un uomo e non potrai più sentire l’odore dell’erba così da vicino, il sole in faccia, l’adrenalina che ti consuma e la soddisfazione di esultare”. Con questa semplice frase, con gli occhi pieni di lacrime, al centro del campo circondato da migliaia di tifosi ancora più in lacrime, il capitano giallorosso è riuscito a descrivere alla perfezione i tormenti di un quarantunenne che non si è mai stufato di prendere a calci un pallone, e l’ha sempre fatto al meglio, sacrificandosi anima e corpo per diventare ciò che è.

Cosa farà ora Totti? Una cosa è certa: resterà all’interno della Roma, o come dirigente o come allenatore delle giovanili, perché Totti è la Roma e la Roma è Totti, questo connubio è imprescindibile. In attesa che il “pupone” decida che cosa fare del proprio futuro, noi possiamo solo ringraziarlo per ciò che ci ha mostrato nella sua carriera. E allora grazie Totti, grazie di tutto.

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