E’ Puccini, illustre compositore toscano, la stella di novembre. Il mese viene infatti aperto con un nuovo allestimento del trittico pucciniano per eccellenza Tabarro/Suor Angelica/Gianni Schicchi messo in scena al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino Venerdì 15 novembre alle 20 (altre recite domenica 17 ore 15:30; mercoledì 20 e sabato 23 alle 20). Il maestro Valerio Galli e il regista Denis Krief tornano insieme al Teatro del Maggio proprio in occasione di questo evento, realizzato dal teatro di Firenze in coproduzione con il Teatro del Giglio di Lucca e il Teatro Lirico di Cagliari, dedicato alla memoria del grande Rolando Panerai che soprattutto del Gianni Schicchi fu un interprete mirabile sia al Maggio Fiorentino che nei teatri di tutto il mondo.

Si dice che tre sia il numero perfetto.  E probabilmente doveva pensarla così anche Giacomo Puccini quando decise di riunire in un grande pannello lirico tre atti unici di diverso carattere, perfettamente bilanciati tra musica e drammaturgia: tragico e passionale il primo, lirico e religioso il secondo, comico e farsesco il terzo. Erano passati quasi trent’anni dal debutto del primo frutto del suo ingegno quando nella mente di Puccini iniziò a prendere corpo l’idea dei tre atti unici, rappresentati per la prima volta il 14 dicembre 1918 al Metropolitan di New York dove vennero apprezzati in maniera modesta ma calorosa i primi due atti, mentre Gianni Schicchi fu da subito un successone. Del resto anche la gestazione delle tre opere era stata tutt’altro che semplice, soprattutto per la scelta dei librettisti: Giuseppe Adami per il Tabarro e Giovacchino Forzano (originario di Borgo San Lorenzo) per le altre due. Lo Schicchi, che risale a uno spunto dantesco dal XXX canto dell’Inferno, è un vero e proprio capolavoro di perfidia toscana: basti pensare ai versi con cui i parenti di Buoso rivelano il loro autentico stato d’animo dopo la scoperta del testamento: Chi l’avrebbe mai detto che quanto Buoso andava al cimitero, si sarebbe pianto per davvero!

Al Maggio prima di quest’ultima produzione è stato programmato solamente tre volte: nel dicembre 1955/gennaio ‘56, nel giugno 1983, e nel giugno del 1988. Il Trittico di Puccini infatti rappresenta un grande impegno produttivo da parte di tutti i teatri e per questo non è così frequente vedere tutte e tre le opere insieme nei cartelloni non solo italiani ma addirittura internazionali.

Oltre all’Orchestra, al Coro e al Coro di voci bianche, saranno in tutto 40 gli artisti impegnati sui tre titoli (13 dei quali provengono o stanno attualmente frequentando l’Accademia del Maggio gestita da Gianni Tangucci, direttore artistico). Tra i nomi degli interpreti nei ruoli principali Maria José Siri, Anna Maria Chiuri, Marina Ogii, Anna Malavasi, Bruno de Simone, Angelo Villari, Franco Vassallo.

Le tre opere cominciano con una storia di gelosia che sfocia in un omicidio per poi proseguire con una tragedia familiare e solo alla fine, il tutto si conclude qualche risata: citando Denis Krief (regista della messa in scena fiorentina) “sono tre opere completamente diverse tra loro: una vi farà piangere, una vi farà molto piangere ed una vi farà ridere”.

Il tabarro è un dramma violento da grand-guignol ambientato nella Parigi di inizio XX secolo. Il protagonista, Michele, è il proprietario di una chiatta sulla Senna, uomo infelice e rassegnato a una vita di fatiche e privazioni. La giovane moglie di lui, stanca della squallida esistenza offertale dal marito battelliere, intreccia una relazione clandestina con Luigi, uno degli scaricatori che lavora sulla chiatta. Ma Michele è un marito geloso, e una volta scoperta la tresca tra i due, uccide l’amante e lo avvolge nel suo tabarro per gettarlo ai piedi della moglie fedifraga. Il triangolo amoroso marito-moglie-amante che finisce in tragedia è storia nota, qui resa ancor più amara dall’ambientazione desolata e da personaggi dei bassifondi urbani mossi da istinti primari. Puccini li ritrae in musica con grande realismo seguendone come in presa diretta le vicende: la sua scrittura si ammanta di aspre dissonanze e cupi contrasti timbrici, lunghi passaggi in declamato o in arioso che sovrastano il consueto slancio lirico.

Ambientata in un convento nei pressi di Siena alla fine del XVII secolo, Suor Angelica è la triste storia di una giovane costretta dalla famiglia alla vita monastica per riparare allo scandalo di un amore proibito. Dalla peccaminosa relazione è nato un bambino, di cui Angelica ignora da anni la sorte. L’inaspettata visita in convento della zia Principessa risveglia in lei la speranza ma l’anziana donna è giunta fin lì solo per chiedere alla nipote di rinunciare al patrimonio in favore della sorella e per annunciarle con spietata freddezza che il bimbo è morto da anni. Angelica non regge al dolore, la notizia della morte del figlio è per lei il colpo fatale che la spinge a darsi la morte con una bevanda velenosa. Il mondo di solitudine di Angelica è tratteggiato da Puccini attraverso sonorità cameristiche e tessiture timbriche leggere. La dimensione claustrale in cui vive è animata da sole voci femminili, da rintocchi di campane e da scale modali che ne sottolineano la lontananza incolmabile da tutto. Per quest’opera Puccini si servì della consulenza di un amico frate domenicano e della sorella Iginia, madre superiore in un convento agostiniano a Vicopelago.

Puccini siglò il suo Trittico con Gianni Schicchi, un’opera piena di verve che fungeva da contraltare alle due storie tragiche. L’azione si svolge a Firenze nel 1299. La famiglia Donati è in fibrillazione dopo la morte del parente Buoso che pare abbia destinato la cospicua eredità a un convento. Per trovare una soluzione viene interpellato Gianni Schicchi, noto in città per astuzia e sagacia. Da vero deus ex machina, il protagonista sifinge Buoso morente ma nel dettare le sue ultime volontà al notaio intesta i beni più preziosi all’amico devoto’ Gianni Schicchi, suscitando l’ira degli avidi parenti. Tuttavia la truffa è dettata da un fine nobile; così facendo Gianni assicura una bella dote alla figlia Lauretta che potrà sposare Rinuccio Donati con buona pace dell’altezzosa famiglia. Per Puccini Gianni Schicchi rappresentò una felicissima incursione nel genere della commedia. Il successo immediato dell’ultimo capitolo del Trittico risiede infatti nell’amalgama di ingredienti della tradizione comica sapientemente dosati dal compositore toscano: ensemble vocali caratteristici e spassosi, scrittura brillante e un ritmo serratissimo che conduce a un finale da applausi.