L’Italia è. dopo l’Inghilterra, la nazione con il più alto numero di decessi (Covid-19) confermati in Europa, nonostante ciò in questo periodo la diffusione del virus diminuisce, la curva dei contagi cala e scatta la fase 2. Sembrerebbe quindi che dopo svariati mesi di lotta per la sopravvivenza, restrizioni e sgomento la nazione possa tirare un leggero sospiro di sollievo. Sicuramente però è presto per cantar vittoria; la fase due infatti prevede una progressiva ripartenza delle attività economiche e una maggiore libertà per gli spostamenti ma rimane comunque obbligatorio l’uso delle mascherine, il divieto agli assembramenti e l’obbligo di mantenere la giusta distanza di sicurezza. È fondamentale quindi evitare che tutti gli sforzi fatti finora vengano annullati e rischiare così che la curva del contagio risalga. Per comprendere quali siano i rischi dovuti alla pandemia ci possiamo affidare ad esperti che lavorano all’interno del sistema sanitario; in Toscana per avere un’idea più chiara riguardo il “periodo Covid-19” abbiamo intervistato Michele Cecchi: il Direttore della UOC Farmaceutica Ospedaliera e Politiche del Farmaco afferente alla Direzione Sanitaria dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi.

A causa del Covid-19 il tempo dedicato al suo lavoro è sicuramente aumentato, com’è cambiato il suo ruolo rispetto a prima?

Abbiamo vissuto momenti davvero intensi e concitati ma comunque meno drammatici rispetto a quanto accaduto in altre regioni in cui i miei colleghi hanno talvolta dovuto affrontare scelte dolorose. Abbiamo dovuto garantire le migliori cure ai pazienti con Covid-19 e inoltre dispositivi di protezione (mascherine, tute a rischio biologico) per gli operatori sanitari al fine di non diffondere ulteriormente l’epidemia. Per quanto riguarda i farmaci le maggiori difficoltà sono state relative al fatto che le evidenze scientifiche a supporto erano, almeno inizialmente, molto deboli; si è allora fatto ricorso a farmaci già in commercio perché approvati per altre indicazioni ma con un meccanismo d’azione promettente, e farmaci ancora sottoposti a sperimentazione clinica per altre malattie virali, ottenuti per uso compassionevole dalle aziende produttrici. A causa di una simultanea ed intensa richiesta di alcuni farmaci utilizzati nelle terapie intensive (anestetici/ipnotici, miorilassanti sistemici), si sono verificate carenze di specifici medicinali che precedentemente venivano utilizzati solo per aree terapeutiche molto circoscritte. Inoltre ci sono stati anche problemi con alcuni Paesi europei, i quali hanno chiuso le frontiere bloccando l’export di materiali e farmaci mentre invece dichiaravano di avere la situazione sotto controllo. Abbiamo dovuto quindi adottare delle contromisure: ci siamo occupati della ricerca di materie prime, della produzione di gel idroalcolico e inoltre abbiamo considerato alternative terapeutiche che in condizioni normali non sarebbero del tutto appropriate (farmaci meno maneggevoli o con profilo rischio/beneficio più controverso) che fortunatamente poi non abbiamo dovuto adottare.

Il virus ha messo a dura prova l’intera popolazione ma in particolare il mondo della sanità, ha anche messo in luce punti deboli del sistema sanitario che possono essere migliorati?

Questa situazione ha evidenziato che la sanità incentrata prevalentemente su ospedali di alta specializzazione senza un’adeguata collaborazione e continuità assistenziale con i servizi territoriali (ambulatori, medici di base) si è rivelata un modello scarsamente efficace; quindi c’è una consapevolezza crescente che l’organizzazione sia la miglior cura. Presso Careggi per esempio è stata fin da subito realizzata una separazione dei percorsi assistenziali covid e no-covid. È stato possibile aumentare sia i posti letto delle unità cliniche d’infettivologia che di terapia intensiva e sub-intensiva con una adeguata modulazione dei livelli di intensità di cura per i pazienti affetti da coronavirus. In più la Regione Toscana ha messo a disposizione delle strutture assistenziali per l’isolamento dei portatori di Coronavirus.

Per combattere una pandemia è necessaria la collaborazione, ci sono stati aiuti da esterni per ottenere più risorse?

In questo periodo ho percepito molta solidarietà; a Careggi ci sono state notevoli donazione sia da parte di pazienti guariti, da enti no profit, da grandi aziende ma anche privati cittadini e addirittura anche da familiari di pazienti deceduti.

Quali sono le prospettive future?

Non credo sia ancora tempo di fare bilanci ma questa è stata una tragica, grande lezione. Una delle mie preoccupazioni è la possibile ripresa dell’epidemia, per ridurre questo rischio è importante che la politica sanitaria raccolga le informazioni ottenute dai migliori esperti e le traduca in decreti ed ordinanze; così si promuove conoscenza e cultura della prevenzione sanitaria evitando di lasciarla in balia delle fake news. Inoltre è necessario recuperare in fretta i pazienti con patologie differenti dall’infezione da Coronavirus; questi infatti nell’ultimo periodo sono stati necessariamente messi un po’ da parte e non hanno avuto accesso alle cure tranne quelle urgenti ed indifferibili; mi riferisco principalmente alla prevenzione ed alle terapie delle fasi precoci di malattia oncologica. Colgo l’occasione per mettere in luce che il nostro sistema sanitario pubblico è considerato uno dei migliori al mondo, ma a causa di questa crisi è stato messo a dura prova. È dunque essenziale pagare le tasse perché questo è sostenuto dalla fiscalità generale¸ chi non lo fa sottrae risorse ai nostri ospedali e priva le cure ai pazienti.

Il futuro è più incerto che mai e la fine di questa emergenza sanitaria non sembra imminente. In questa prospettiva non si può far altro che imparare a convivere con il virus e quindi con le restrizioni e il rispetto per le distanze. Adesso l’unica cosa che ci deve tenere vicini è un forte senso di solidarietà: bisogna ricordare che il comportamento del singolo ha effetti sull’intera comunità; per far sì che le azioni di ognuno abbiano il giusto impatto nei confronti delle altre persone è importante affidarsi alla scienza, ai decreti governativi e agli ordinamenti regionali ed evitare invece le fake news o bufale da social. Facendo questo salto di qualità ci accorgeremmo che da questa terribile esperienza non ne abbiamo ricavato solo dolorose morti ma anche un senso di civiltà più saldo e una crescita generale da parte di tutta l’umanità.

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