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Il rogo di Sesto Fiorentino: un’emergenza sociale persistente mascherata giorno dopo giorno.

E’ il 19 dicembre dell'(ormai) scorso anno quando un incendio di grosse dimensioni divampa all’interno del capannone di Via Ponte a Giogoli a Sesto Fiorentino, nella zona industriale dell’Osmannoro. Lo stabile era occupato già da diverso tempo da diverse persone di etnia rom, una delle quali rimasta tragicamente uccisa nelle fiamme, e il cui corpo è stato ritrovato solo dopo un’intensa ora di ricerche da parte dei nuclei “Nbcr” (Nucleare biologico chimico radiologico) dei Vigili del Fuoco, intervenuti con diversi mezzi anche da Prato e Pistoia. Nel caos generale di chi fuggiva, di chi urlava e di chi chiamava aiuto, il giovane, che aveva tra l’altro problemi alla vista, non è riuscito ad abbandonare l’edificio. A dare l’allarme i familiari, che hanno informato i Vigili del Fuoco che dentro all’edificio c’era ancora il loro caro. La procura ha aperto un’inchiesta contro ignoti per omicidio colposo anche se il fatto sembra già passato in secondo, se non terzo o quarto piano. L’unica certezza è quella che all’interno del capannone erano presenti alcune bombole del gas. Insomma, una situazione non proprio rosea se si pensa che non è la prima volta che certi episodi si sono verificati: nel gennaio scorso infatti, nei locali dell’ex mobilificio Aiazzone, sempre nella zona industriale, era scoppiato un vasto incendio e una persona era rimasta intrappolata senza scampo. Anche qui l’edificio era ormai divenuto un vero e proprio rifugio per circa ottanta africani, prevalentemente di origine somala, già a partire dal 2014, tutti richiedenti asilo che erano in parte già stati accolti in alcuni centri e poi abbandonati a se stessi, per colpa dell’incapacità di qualcuno e il falso buonismo di altri. E quando si pensa che tutto abbia un limite e una fine ecco che, due anni fa (precisamente nel gennaio 2016) le forze dell’ordine erano intervenute nello stesso capannone per uno sgombero ordinato dal prefetto. Allora lo stabile, secondo quanto hanno riportato le cronache dei giornali, era abitato già da circa 150 persone, richiedenti asilo, migranti e anche qualche famiglia di italiani. Insomma, un vero e proprio bollettino di guerra quello della zona dell’Osmannoro, in cui le condizioni sociali e sanitarie sono ampiamente sotto il limite della decenza umana. Una domanda sorge quasi spontanea a questo punto: che cosa hanno fatto e come si sono mosse le istituzioni nel tempo perchè questo tipo di situazione non si verificasse più? Il sindaco di Sesto Fiorentino Lorenzo Falchi aveva affermato, dopo la morte del giovane somalo nel 2017, che il comune si sarebbe mosso per cercare di risolvere, o quantomeno arginare questa difficile situazione. A distanza di un anno tuttavia “l’andazzo” sembra essere sempre lo stesso: si è cercato di porre una lapide sopra una vicenda che però non è un qualcosa di circoscritto come qualcuno spera, ma un fenomeno che, giorno dopo giorno, si materializza per ciò che è in realtà: fallimentare. Purtroppo il rogo di Sesto è l’ennesima conferma della sconfitta del modello di accoglienza e integrazione adottato dalle istituzioni italiane. “Quanto accaduto oggi all’Osmannoro, nella periferia di Firenze, è gravissimo: ancora una volta una persona è morta in un capannone occupato abusivamente “ ha scritto Fratelli d’Italia con il consigliere regionale Giovanni Donzelli e del Comune di Firenze Francesco Torselli in relazione alla morte del giovane rom. Già nel febbraio scorso i due, dopo aver effettuato un sopralluogo all’interno della palazzina recentemente andata a fuoco, avevano denunciato la totale illegalità del luogo, dove non veniva rispettata la benchè minima norma di sicurezza e igiene, e dove si accendevano pericolosi fuochi accanto a generatori di benzina e centrali elettriche per scaldarsi durante le notti gelide. Anche il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi si è espresso in merito: “Non e’ la prima volta che accade purtroppo, dobbiamo tutti quanti riflettere – ha affermato -. Ci furono già episodi importanti a proposito di interventi di evacuazione assai contestati, discussi. Non si può dormire in Toscana in queste situazioni, vivere in queste condizioni”. “La morte di un giovane rumeno nell’incendio divampato in un capannone nella zona industriale del comune di Sesto Fiorentino è motivo di profonda tristezza e dolore per tutti. Saranno accertate le cause – ha dichiarato anche Francesca Paolieri, capogruppo Pd nella Città Metropolitana di Firenze – ma il dato di fatto è la morte orribile di questo giovane. Speriamo di conoscere presto la sua identità”. Secondo Paolieri “quel territorio presenta situazioni sociali e sanitarie critiche su cui le istituzioni devono vigilare, a partire dall’amministrazione locale. Incidenti drammatici purtroppo possono capitare, ma questo è il secondo che avviene in un anno nel territorio di Sesto. E’ importante un confronto sulle situazioni a rischio”. Parole, parole e ancora parole. E’ incredibile vedere  chi, nonostante sia in suo potere, non è riuscito a combinare un bel niente in tutto questo tempo. Non è possibile che sempre, inesorabilmente e puntualmente, si debba aspettare che accada la tragedia e limitarci ad esprimere semplici parole di cordoglio e promesse che poi si sa, sono come foglie al vento. Enorme quindi la responsabilità delle istituzioni, in particolar modo locali. Il comune di Sesto Fiorentino (adesso impegnato, assieme alla Curia, nella realizzazione del progetto per la costruzione di una grande moschea nell’area sestese) che avrebbe dovuto- per primo – monitorare attentamente la situazione si è dimostrato del tutto incapace di prendere delle misure precauzionali, così come la Città metropolitana di Firenze e la Regione Toscana. Alla base di tutto sicuramente le false speranze in un futuro migliore date da qualcuno dedito solamente ai propri affari, ma indubbiamente anche un grande problema di tipo culturale: l’integrazione e il multiculralismo devono essere regolamentati e vigilati, altrimenti, senza il rispetto delle leggi civili – e anche morali – si va poco lontani. E’ inutile blaterare poi di allargamento di diritti religiosi e politici se prima non si è nemmeno in grado di garantire il rispetto di quelli umani. Si perchè è del tutto inammissibile che nell’era della tecnologia e delle grandi costruzioni in cui viviamo, esistano ancora certe cose. E’ finita la politica dello scaricabarile, è giunta l’ora che qualcuno paghi. Chiudere gli occhi e far finta di nulla di fronte all’evidenza significa essere altrettanto responsabili, così come il cercare di mascherare e sotterrare il tutto spostando solamente il problema – e l’attenzione dei più- in altri ambiti e contesti. Qualcosa si poteva e si doveva fare per evitare il peggio, ma non è stato così. Certo, stiamo parlando di un problema enorme, e il rogo e le occupazioni abusive di Sesto Fiorentino ne sono – anche se è brutto da dirsi – una minuscola particella, visti i fatti di cronaca che tutti i giorni si sentono in tv o si leggono sui giornali. Tuttavia questo non può essere assolutamente un motivo valido per tralasciare certi aspetti di cui, un primo cittadino e qualche altra pedante – o sedicente tale – carica istituzionale, devono occuparsi senza se e senza ma. Il falso buonismo ha come conseguenza sempre più degrado e vittime innocenti. Come diceva nientemeno che Giovanni Boccaccio, in relazione all’ondata di peste nera che colpì l’Europa tra il 1347 e il 1352, e quindi in relazione ad un problema al quale non si riusciva – anche per mancanza di mezzi – a far fronte: “essa cancella ogni ordine sociale e civile, annulla i freni morali e abbatte l’autorità delle leggi umane e divine”. Incredibile, e anche pauroso notare come paradossalmente oggi la situazione sia più o meno la stessa, con la differenza però che adesso i mezzi ci sono. Volere è potere, il gioco sta tutto lì.

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