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Maggio Musicale: una Carmen che sconcerta e non convince, almeno per la regia. Delusione e sconcerto tra il pubblico giovanile?

E’ al Maggio Musicale Fiorentino che va in scena una delle più discusse messe in scena della celebre Carmen del maestro Georges Bizet. Ed è sicuramente la scelta registica di Leo Muscato di adattare la vicenda, ambientata in origine in una piazza di Siviglia negli anni 30 dell’800, a un “passato più vicino ai nostri giorni” con scenari e costumi tipici dei campi nomadi di non troppi anni fa, a suscitare più dubbi e polemiche. Senza dubbio una scelta ardua, ma anche poco calzante in svariati punti con quello che è il testo originale dell’opera, che ne risulta non poco alterato. Si sente  cantare e suonare di qualcosa, ma si vede tutt’altra scena sul palcoscenico. Esempio lampante sono le colorite e ambientazioni della Spagna (che sarebbero state egregiamente evocate dal ritmo incalzante di scene come la Corrida) rimpiazzate da 4 roulotte malmesse e una recinzione in fil di ferro che di spagnolo non hanno avuto poi così tanto. Nonostante le critiche la scenografia è stata comunque realizzata come sempre nei minimi dettagli cercando di offrire un’esperienza  pur sempre notevole al pubblico.

Eccellente invece si è rivelata la direzione del  maestro Ryan McAdams, precisa e praticamente esente da sbavature: un esemplare accompagnamento che ha saputo rievocare alla perfezione l’amore naturale e la vitalità della gitana Carmen (Veronica Simeoni 7,10,14 e 18 gennaio e Marina Comparato 9 e 13 gennaio) e l’animo tormentato del povero Don Josè (Roberto Aronica e Sergio Escobar). Notevolissima anche la Micaela portata sul palco da Valeria Sepe, rumorosamente acclamata.

Insomma una Carmen di gran valore dal punto di vista musicale, durante la quale però è stato sempre presente questo senso di fastidio tra il pubblico per lo squilibrio concettuale tra testi e musica, che ha il suo culmine nel finale. Forse più dell’ambientazione è stato oggetto di pesantissime critiche il finale alterato. Ebbene sì perché la vicenda non si conclude più con la morte della giovane gitana, bensì della sua (prima) “dolce” metà. “Arrestatemi! L’ho uccisa io”, queste sono le tragiche ultime parole che Don Josè pronuncia con un proiettile nel petto, proveniente dalla pistola che la “vittima” Carmen tiene ancora stretta in mano. Secondo il regista il finale originale tendeva più che mai al maschilismo e al femminicidio, “temi oggi privi di senso”. Appurato questo quindi si dovrebbe cambiare tutti i finali oggi “scomodi” delle opere che ci arrivano dal passato? Per quanto le intenzioni di Muscato possano risultare nobili, il finale resta oltremodo una scena forzata e, in effetti, del tutto evitabile.

E’ forse anche un peccato se si pensa che tra il pubblico vi era una non trascurabile percentuale di giovani, ancora magari nuovi e inesperti del mondo dell’opera e in questo caso di Bizet, ai quali è stata raccontata una storia che, nel bene e nel male, resterà tale nella loro testa. E’ chiaro ed evidente che le prime volte a teatro ci si affida prevalentemente (NON SOLO) ai nostri occhi per godersi lo spettacolo. Si rischia pertanto che essi  diano più importanza a ciò che hanno visto rispetto a ciò che hanno ascoltato. Certo, i professori o chi di dovere potranno ovviamente presentare loro la vera trama e la vera ambientazione dell’opera, ma comunque probabilmente ci penseranno un bel po’prima di andare a vedere una seconda volta una messa in scena della Carmen di Bizet. Sempre che la musica non abbia fatto da antidoto…

 

 

 

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