Mercoledì 7 giugno: una manciata di giorni dopo la sua uscita nelle librerie, l’ultimo libro di Giulio Leoni, Dante Alighieri e il Manoscritto delle anime perdute, viene presentato sullo sfondo scenografico della Sala Luca  Giordano di Palazzo Medici-Riccardi. Sul palco, a fianco dell’autore, siede la redazione del LeoMagazine. Grazie infatti alla sponsorizzazione della Città Metropolitana di Firenze, un gruppo di giovani redattori (Niccolò Lumini, Alessio La Greca,  Leonardo Pelagatti, Dario Fanfani Andrea Papi,) coordinati dal direttore prod. Domenico del Nero, ha potuto sedere a fianco di uno dei più rinomati scrittori italiani per offrire un anteprima al pubblico fiorentino l’ultima avventura del sommo poeta o meglio…del sommo detective.

Infatti nel campo talvolta insidioso del romanzo storico (ma non solo), Giulio Leoni è uno dei più importanti narratori italiani: non solo per la coerenza storica, di per sé qualità sufficiente a rendere i suoi lavori meritevoli di elogi, ma per la spontaneità con cui questa si sposa con una tecnica narrativa coinvolgente e accattivante. Lavori del genere assumono un’importanza ancora maggiore nel panorama italiano dove, a differenza di quello anglosassone, tanto per fare un esempio, il romanzo storico non ha ancora grosso successo.

La storia ha inizio in una terra remota, dove il frate francescano Guiscardo da Imola vaga per un convento in cerca di un manoscritto sulla fantomatica prima lingua: riesce ad ottenere però solo poche pagine, al costo di macchiarsi le mani di sangue.
Nel frattempo, nel castello di Poppi di proprietà dei Conti Guidi, Dante Alighieri, sommo poeta, è in esilio. Ma non per molto, spera lui: i guelfi Bianchi di Firenze sono infatti riuniti in consiglio di guerra per strappare la città al dominio dei Neri. Cosciente delle reali capacità della sua parte, Dante decide di partire in missione diplomatica alla volta di Verona, dove chiederà l’aiuto militare del signore Alboino della Scala. Qui incontra Guiscardo, e rimane suo malgrado affascinato dagli studi del francescano sulla prima lingua: fascino che gli metterà contro l’Inquisitore Lanfranco da Cuma, anch’egli sulle orme di quello che reputa essere un eresiarca destinato al rogo – insieme al bottino dei suoi viaggi. Quando Lanfranco riesce a catturare Guiscardo, spinto dalla sua sete di conoscenza, Dante si lancia in una serie di avventure che lo porteranno di nuovo alle porte dell’agognata Firenze, combattuto tra l’attrazione del sapere e il suo compito di diplomatico.

Quello di Leoni è infatti un eroe, ma non l’eroe avvolto dal velo di inarrivabile, divina perfezione che qualcuno si immagina intorno alla figura di Dante. Il sommo poeta è anche un sommo genio, costretto però a domandarsi ad ogni passo se la sua curiosità intellettuale non sia sconfinata nell’egoismo. Un uomo razionale ma non estraneo alla paura, lucido e a tratti lussurioso, che non disdegna ricorrere ad azioni illegali, quando la regola non vale lo scopo da raggiungere.
Dante è un uomo. Più acuto di tanti, forse, ma un uomo come tanti.

Anche per questo il lettore lo sente vicino nonostante si muova in un mondo che non c’è più: quello dei primi anni del quattordicesimo secolo, in viaggio tra Firenze e Verona. Nell’estate torrida del 1304, è naturale che gli avvenimenti si svolgano in luoghi chiusi dove si può sperare in un po’ di frescura – case plebee, copisterie, luoghi sacri. Un’atmosfera soffocante di giorno, in cui il pericolo è sempre in agguato dietro l’angolo per un esule come l’Alighieri, e agghiacciante di notte in un mondo in cui la notte è buia per davvero. Chiese sconsacrate, cimiteri, luoghi in cui la patina che separa questo mondo dal soprannaturale si assottiglia pericolosamente. È in questo mondo che, nella mente del sommo poeta, germoglia il seme di quello che sarà il suo capolavoro.

Ma nonostante la Commedia sia l’opera religiosa per eccellenza, i rapporti di Dante con gli ecclesiastici, nella fattispecie i domenicani (nella persona di Lanfranco da Cuma), non sono particolarmente rosei. I cani di Dio, infatti, metteranno i bastoni tra le ruote ai protagonisti per tutta la vicenda, combattuti a loro volta tra la ricerca della verità e l’adesione cieca alla dottrina. E in tutta Italia, nelle carceri dell’Inquisizione, le loro vesti bianche e nere sono merlate di rosso.

Nessuno, però, può resistere al fascino della prima lingua, quella con cui all’inizio dei tempi Dio diede ordini ai suoi angeli. Né Lanfranco da Cuma, né tanto meno Guiscardo, pronto a sacrificare la propria vita per impedire che il manoscritto cada nelle mani sbagliate.
E anche Dante stesso, impegnato nella ricerca di un idioma con cui unificare i popoli della penisola italica, ne rimane suo malgrado ammaliato.

Ma la Chiesa e la cristianità in generale saranno pronte ad ascoltare il terribile segreto sussurrato dal Manoscritto delle anime perdute?