Kitty Braun non vuole applausi. O comunque, non li vuole subito. «Non sono una diva,» dice a quelle persone che il 19 gennaio, all’Opera di Firenze (che, a una settimana dalla prima dell’opera di Paolo Marzocchi Il viaggo di Roberto – Un treno per Auschwitz, in scena al Goldoni, ha organizzato due incontri con lei, deportata bambina), ci sono andate per incontrare lei – lei che non è una diva. «Non applaudite ancora. Prima sentite quello che ho da dire.» L’applauso si spegne piano piano, come un numero ben praticato.

Kitty Braun (81 anni appena compiuti, sbuffo di boccoli bianchi, maglione verde a fiori) va avanti tranquilla, a tratti sorride: l’Olocausto le è rimasto addosso ma, sembra, quasi sottopelle.

Nasce nella Fiume italiana del 1936, ed è là che lei e il fratellino Roberto trascorrono i loro primi anni felici. All’inizio, neanche le leggi razziali sconvolgono più di tanto la tranquillità famigliare: suo padre si vede portar via il suo posto alla Banca Commerciale Italiana, ma è un uomo che per il bene dei suoi cari non ha paura di prestarsi a mille lavoretti dove capita, e sua mamma rimane una modista di successo, e il pane continua a entrare in casa Braun.

Lì per lì neppure si accorgono del pericolo: che cosa passi per la testa dei nazisti, nessuno l’ha ancora indovinato. Magari vogliono appropriarsi dei terreni di qualche ebreo facoltoso, e se è così la cosa non li riguarda, perché la loro è solo una famigliola borghese.

Poi, però (siamo agli inizi del 1943), la verità viene fuori, e viene fuori nella carcassa fumante di una sinagoga, quella vicino a casa loro. Il fuoco Kitty non lo vede, ma il fumo che entra dalle finestre sì.

Rimane solo la fuga, ma come fare con nonna Braun, che ha la gamba dolorante e parla solo yiddish…? Devono lasciarla a Fiume insieme alla colf, Darizza, con la promessa di mantenerle tutte e due da lontano.

Intanto, nella notte, viaggiano. Prima a Trieste, poi a Mestre, subito prima di Venezia. Mestre è vicino alla cittadina industriale di Marghera, uno dei bersagli preferiti dei raid aerei. Ogni tanto, un pilota può confondersi, sbagliare di qualche chilometro la traiettoria dell’esplosivo, e colpire Mestre invece. Per il pilota non fa molta differenza. Ma appena fuori dalla stazione, Kitty si trova davanti quel cumulo di macerie che è la strada principale: non vorrà mai vivere accanto ai binari.

Anche a Mestre, nonostante i crateri e le rovine, per alcuni mesi Kitty e Roberto continuano ad essere bambini. Poi, l’11 novembre, i Braun ricevono visite. Due tedeschi. Un fiumano. Darizza li ha traditi.

Li scortano fino a un camion: lungo la strada, la mamma si tiene stretta a un grosso mazzo di chiavi. Sono le chiavi del baule dove ha chiuso i loro beni. All’ultimo, le lascia cadere in un tombino.

«Venezia è bellissima, nei giorni sereni» sorride Kitty: ma lei la vede per la prima volta glassata di nebbia. Nel carcere di Santa Maria Maggiore ritrovano gli zii paterni con il loro bambino, Silvio, che ha pressappoco la stessa età di Roberto e che con Roberto adora battibeccare – e Kitty in mezzo, a mo’ di stato cuscinetto.

Poi di nuovo a Trieste, nella risiera di San Sabba: uno dei cosiddetti “campi di transito”, una sorta di antinferno prima della prossima (e per molti, ultima) tappa, la Germania. A San Sabba rimane solo chi può far comodo: è il caso di un amico di vecchia data della mamma, professione sarto, che le regala una pezza di flanella rosa a fioroni, con la richiesta di farci qualcosa per sé – quel qualcosa sarà un paio di mutandoni.

Nel gennaio del ’45, alla fine, li mettono su un treno. A Gorizia si unisce a loro una piccola compagnia di partigiane italiane: salgono cantando, sfidando il mondo in generale e la Germania nazista in particolare. Poi, una di queste forze della natura domanda alla mamma se ha qualcosa per l’emicrania. In cambio di una compressa di Saridon le dà un uovo, un po’ di zucchero e una ciotola con cucchiaio, e in quel treno la mamma fa lo zabaione. È il 14 gennaio 1945. Kitty compie nove anni.

Li lasciano a Ravensbrück, uno dei campi a prevalenza femminile; i pochi uomini vivono separati.

Di Ravensbrück, a Kitty rimangono due odori: quello della zuppa di rape gialle e quello di carne e stoffa bruciata dei forni umani. Le rimane anche l’Ave Maria di Gounod, che la mamma intona con la sua voce di contralto (La voce che è venuta fuori a stomaco vuoto poi non l’ho più avuta), e intorno le donne che piangono.

Nel frattempo, con l’avanzata degli Alleati, i nazisti evacuano i campi e si spostano verso ovest portandosi dietro i prigionieri, a volte a piedi, da un campo all’altro: non per niente, le chiamano maree della morte. Alcuni chilometri a sud-ovest di Ravensbrück sorge Bergen-Belsen, il campo divenuto famoso (famigerato) per essere stato la tomba di Anna Frank e della sorella Margot. A questo punto, non è più neanche un campo di concentramento: è un campo della morte. I prigionieri stanno premuti in baracche di legno e aspettano. Aspettano e basta.

C’è un vetro rotto nella baracca di Kitty: di notte, lo spiffero tormenta una ragazza vicino a lei. Allora la mamma si alza e copre la finestra con quei mutandoni rosa a fioroni che ora ondeggiano al vento.

Troppo tardi, il maggio del ’45 si porta dietro gli inglesi. I nazisti sono spariti dal campo da un paio di settimane, ormai. Kitty e gli altri aspettano. Entrano nella baracca tutti bardati di bianco (come fantasmi), con la bocca coperta (li ha guidati l’odore) e gli occhi sbarrati (solo adesso capiscono).

«Volevano aiutare, ma come? Erano solo soldati» sospira Kitty. Danno loro lattine di fagioli, li distendono su un tavolo e li sciacquano alla meglio con una sistola, finalmente li mettono a letto. Un letto vero, con le lenzuola profumate (ma questo potrebbe essere uno scherzo della memoria).

A nove anni, Kitty torna libera sapendo quali sono le cose davvero importanti della vita, quelle per cui vale la pena lottare. «Quando si trae qualcosa di positivo da qualcosa di negativo, quello è un dono di Dio.»

E poi viaggiano di nuovo. Prima distanze piccole, microscopiche. Mettersi in piedi. Le gambe di Kitty, tanto tempo piegate, non si distendono più: la mamma la tira su da sotto le ascelle e a nove anni le insegna a camminare per la seconda volta. Poi chilometri: Merano, Treviso, Mestre, Trieste, ancora a Fiume, infine Firenze, da profughi giuliani.

Di nuovo applausi. Questa volta Kitty li accetta, ma a una condizione: «Non applaudite perché sono brava. Fatelo perché condividete con me quello che ho passato.»

A Kitty, veramente, non andava di parlare delle sue memorie, tanto meno di scriverle. Vuol dire ricordare tutto un’altra volta, e poi un’altra ancora, in tutti gli incontri a cui la invitano intorno al 27 gennaio. Ma Kitty non vuole che rimangano sconosciuti: suo zio, affogato in una marea della morte sotto i fucili dei nazisti; Silvio, che non ha avuto una tomba; Roberto, che non ha resistito allo shock della liberazione. Kitty vuole dare un nome e un ricordo a tutti i morti senza sepoltura.

«Starei un po’ senza pensarci, ma se così vuole il Signore, io sono qui.»

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