Negli ultimi anni la nostra patria ha potuto dimostrare come, nonostante una casa cinematografica americana fin troppo nota (che inizia per M e finisce per ARVEL…) stia dominando la scena nell’ambito dei cinecomics, anche essa è capace di portare qualche supereroe sul grande schermo. E non operando in una semplice e passiva copia, ma producendo contenuti innovativi e che mirano all’intrattenimento o alla denuncia. Quest’ultimo caso è quello del tanto osannato Lo chiamavano Jeeg Robot, film del 2015 diretto da Gabriele Mainetti, che mostra senza filtri l’attuale condizione di bassezza umana e morale del nostro paese, in un contesto apparentemente comico ma in realtà fin troppo drammatico. Dall’altra parte, un anno prima, nel 2014, spunta come un fungo Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores, che si rivela come un lavoro ampiamente studiato e capace di intrattenere grandi e piccini, con effetti speciali che non hanno troppo da invidiare alla Marvel o alla DC e una trama assolutamente godibile, con non pochi colpi di scena. Detto ciò, come si presenta l’ormai super-adolescente, a quattro anni dal primo film?

Piuttosto bene, a dirla tutta. È infatti possibile fin da subito immergersi nell’atmosfera narrativa, visto che gli eventi raccontati si svolgono tre anni dopo quelli del primo capitolo (originariamente, infatti, questo sequel sarebbe dovuto uscire verso la fine dell’anno scorso). Qui vediamo un Michele Silenzi cresciuto, non solo fisicamente ma, purtroppo per lui, anche caratterialmente. E diciamo così perché un terribile evento lo ha costretto a crescere in fretta: la morte di sua madre. A causa di alcune circostanze, egli si sente il colpevole di tale evento, anche se in realtà non ha nulla di cui sentirsi responsabile. Inoltre, il mondo che lo circonda non lo aiuta certo a sentirsi meglio, con un Brando che, pur di far colpo su Stella, il grande amore del nostro protagonista, afferma di essere stato lui a salvarla nella “grande notte” del primo film (Il padre di Michele, Andreji, aveva infatti cancellato i ricordi di tutti). Ed è proprio quando l’ultima goccia comincia a far traboccare il vaso che Michele viene a conoscere la sua vera famiglia, ritrovando sua madre Yelena e sua sorella Natasha. I rapporti che svilupperà con loro, però, saranno una continua sorpresa, tanto per lui quanto per gli spettatori.

Come c’era da aspettarsi, ma non per questo ciò non risulta una gradita novità, gli effetti speciali sono stati notevolmente migliorati rispetto al passato, dando maggiore realismo alle scene di azione, fondamentali per lo svolgimento della trama. Trovano inoltre finalmente una risposta alcune domande del primo capitolo, riguardanti soprattutto i genitori di Michele e gli altri “speciali”. Una caratteristica che sorregge soprattutto la seconda metà della pellicola è l’abbondanza di colpi di scena, che sebbene non siano pochi non si sovrappongono mai, dando modo allo spettatore di elaborarli e comprenderli. Forse verso la fine cominciano a diventare più forzati, pur non rompendo l’equilibrio generale del film, dove quasi ogni azione ha il ruolo di causa o di effetto. Ciò che però potrebbe stonare agli occhi di coloro che si sono abituati ad ambientazioni fantascientifiche, spaziali e caotiche tipiche dei più famosi cinecomics, sono quelle statiche e piuttosto ripetitive di questo secondo capitolo. Conferiscono più realismo alla trama rimanendo ancorate a uno schema razionale ben definito e coerente, ma non sempre riescono a stare al passo con la scena che si ritrovano davanti, e a volte dispiace, vista la bravura degli attori.

In definitiva, Il ragazzo invisibile – Seconda Generazione vuole dimostrarsi più maturo rispetto al suo predecessore, sotto il punto di vista narrativo, degli effetti speciali, dei caratteri e dello sviluppo dei personaggi. Ciò nonostante, si ha comunque la sensazione che si sarebbe potuto fare di meglio. Questo non toglie che, se avete apprezzato la prima pellicola di questa saga, anche questa saprà tenervi compagnia per ben cento minuti.

Voto: 8/10

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