Sembra quasi un titolo da fantascienza: “L’uomo su Marte”, eppure quello dei viaggi spaziali (anche turistici) è un futuro che si avvicina sempre più a diventare presente. Proprio due settimane fa infatti (giovedì 10 gennaio) l’amministratore delegato di Tesla e SpaceX, Elon Musk ha confermato il completamento del montaggio (annunciato nel dicembre 2018) di un prototipo di razzo spaziale da lui chiamato “Starship Hopper”.  Il razzo è diviso in tre parti assemblate insieme, ha un’altezza di 35,6m ed un aspetto molto retrò dato dalla caratteristica forma a punta e dall’acciaio inossidabile di cui è composto l’esterno. L’astronave si limiterà a eseguire voli suborbitali (senza quindi superare i 100 km sopra il livello del mare) col metodo VTOL (vertical takeoff and landing), in sostanza “volo e atterraggio verticali”. Il modello orbitale della Starship (che dovrebbe essere realizzato entro giugno secondo le previsioni di Elon Musk) presenterà rispetto al prototipo: l’aggiunta di varie finestre, una maggiore altezza (diverse decine di metri) e un maggior numero di motori a razzo (sette contro i tre della versione suborbitale). Questo modello eseguirà voli verso la Luna, Marte e chissà forse anche altre destinazioni all’interno dello spazio cosmico. Il fine ultimo del progetto della SpaceX a cui appartiene la Starship Hopper è però quello di rendere possibile la vita su Marte, ed è qui che è necessario porsi la domanda: come sarebbero le condizioni di vita sul pianeta rosso? Sebbene il raggiungimento e l’esplorazione di Marte siano ormai prossimi a diventare realtà, ci sono molte differenze fra l’essere in grado di arrivare e l’essere in grado di sopravvivere e prosperare effettivamente sulla superficie marziana. In seguito alle varie spedizioni effettuate sul pianeta dalle organizzazioni del settore, principalmente NASA ed ESA (tramite sonde senza pilota) siamo a conoscenza di molte informazioni riguardo quest’ultimo. La temperatura media del pianeta rosso è del tutto opposta a quella suggerita dal colore. Al livello della superficie i gradi variano da -87° a – 5° circa a seconda della latitudine (con una media complessiva totale di -60°), il freddo è forse però uno dei problemi minori all’interno di un’ atmosfera che, essendo molto tenue rispetto a quella terrestre, lascia passare un gran numero di detriti e soprattutto radiazioni derivate dall’attività solare. La possibilità di sviluppare malattie come il cancro aumenta quindi notevolmente su Marte, ma c’è ancora di peggio ad attendere gli intrepidi viaggiatori. La pressione sulla superficie e la tossicità dell’aria (composta dal 95% da anidride carbonica con meno dello 0,4% di ossigeno), rendono obbligatorio l’uso delle tute pressurizzate per ogni spostamento al di fuori di un’ipotetica (e indispensabile) base marziana con atmosfera terrestre ricreata: se un essere umano si trovasse senza protezioni sulla superficie marziana, morirebbe nel giro di pochi minuti per asfissia,avvelenamento o emorragie causate dall’abbassamento repentino della pressione esterna. L’acqua non sarebbe un problema così enorme poiché presente in discreta quantità, seppur allo stato solido, nel sottosuolo del pianeta. Il primo viaggio su Marte, dalla durata ipotetica di diciotto mesi fra andata, permanenza e ritorno, potrebbe essere comunque eseguito solo da un team di astronauti esperti e fortemente legati fra loro, in quanto in condizioni di isolamento – data la distanza – le comunicazioni con la terra sarebbero ritardate di circa tredici minuti, quelle rare volte in cui effettivamente possibili. Irritazione, nostalgia e depressione si rivelerebbero molto frequenti se la missione venisse intrapresa da un equipaggio di sconosciuti seppur professionisti. Di fatto la lontananza più totale da chiunque si consideri anche un minimo importante è una condizione difficile da sopportare anche per il più esperto degli astronauti. L’equipaggio dovrà dedicare minimo un paio d’ore al giorno all’attività fisica (soprattutto quando giunto a destinazione) in quanto la microgravità porterebbe altrimenti a un grave indebolimento delle ossa e dei muscoli che comunque potrebbero subire microlesioni o ernie (specialmente quella al disco) che gli astronauti dovranno essere in grado di riabilitare senza aiuti esterni. Insomma per la colonizzazione del pianeta è necessario che l’umanità aspetti ancora, anche se ormai si parla di tempi relativamente brevi (vista l’entità dell’impresa). Come però enunciato da generazioni e generazioni di filosofi e dimostrato più volte dalla storia: l’uomo tende sempre a volere ciò che non ha trascurando a volte ciò che già possiede. Ci sono ancora molte cose da scoprire sul nostro pianeta terra e ancora di più ce ne sono da sistemare, è quindi necessario che ognuno si chieda (e provi anche a rispondersi): “Ma è davvero questa l’epoca giusta per cominciare la lunga ascesa dell’uomo (o forse discesa) verso l’infinito e oltre?”