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La teoria della relatività si rivela sempre più giusta

Nella conferenza di Bruxelles del 10 aprile 2019, sono state mostrate in mondovisione delle foto ritraenti un buco nero: la prima dimostrazione diretta dell’esistenza dei buchi neri mediante immagini. Fino a questo momento erano state fatte solo delle rilevazioni tramite lo studio delle onde gravitazionali emesse dai buchi neri, ma tale metodo è fortemente limitato dal fatto che è possibile studiarli soltanto durante gli eventi più violenti con le strumentazioni a nostra disposizione. Questa scoperta ha un’importanza particolare, infatti è un’ulteriore dimostrazione della teoria della relatività generale di Albert Einstein, che già nel 1915 ne ipotizzava l’esistenza. Il tutto è avvenuto a distanza di 100 anni esatti dalla prima foto che riuscì a dimostrare la teoria dello scienziato tedesco: quella volta il soggetto dell’immagine era un’eclissi di Sole e gli scatti furono effettuati il 29 maggio 1919. Riuscire a ottenere foto di questo tipo di corpi celesti sembrava un’impresa impossibile. Un buco nero è, infatti, un corpo che assorbe tutto ciò che lo circonda, compresa la luce: è proprio l’assenza di questa che non li rendeva visibili. Ci sono voluti anni di lavoro da parte degli studiosi per riuscire in questa impresa. Per ottenere questo strabiliante risultato hanno utilizzato una rete di otto radiotelescopi posizionati in quattro continenti. Tale strumentazione sfrutta una caratteristica dei buchi neri: all’interno dell’orizzonte degli eventi (una linea immaginaria dove la velocità della luce è appena sufficiente per superare l’attrazione gravitazionale dei buchi neri ed uscirne) lo spazio e il tempo sono distorti con conseguente cambiamento della natura delle radiazioni emesse dalla materia. Raggi X e UV diventano onde radio e ciò permette, con idonee attrezzature, di tracciare il limite del corpo celeste e comporre le immagini che vediamo.

Il buco nero scelto come soggetto delle immagini è l’M87, che prende il suo nome dalla galassia in cui è situato. In alternativa gli scienziati avevano ipotizzato l’osservazione del buco nero che si trova al centro della Via Lattea chiamato Sagittarius A*. Pur essendo 2000 volte più vicino rispetto a quello preso in esame risulta essere, però, circa 1600 volte più piccolo. Per queste motivazioni lo studio era pressoché analogo e la ragione principale che ha spinto i ricercatori a scegliere l’M87 è stata la sua maggiore attività; per tale ragione si è ritenuto più  facile ottenere le foto mentre assorbe un’altra entità celeste. L’altro motivo che giustifica questa scelta è il fatto che le emissioni di Sagittarius A* non sono costanti (è definita per questo sorgente variabile) e perciò si sarebbe rivelato più difficile comporre l’immagine con le tecniche usate. Ciò però non esclude che il prossimo buco nero a essere studiato sia proprio quello della nostra galassia.