È ormai nota a tutti o quasi la condizione dell’ex manicomio di San Salvi di Firenze e del parco annesso: pusher che scorrazzano liberamente per le viuzze alberate come se nulla fosse, sguardi indiscreti verso i frequentatori, ormai estinti. San Salvi rappresenta qualcosa di più di un semplice giardino; è una sorta di paese autonomo, a sé stante, con una peculiarità non molto distante rispetto alla sua ex funzione: San Salvi è stato e continua ad essere il “regno dei pazzi” per così dire, governato e amministrato a loro piacimento. È questa la grande differenza col passato, quando a fare da timoniere non erano i ricoverati, ma le istituzioni sanitarie. Il manicomio, inaugurato nel lontano 1890 comprendeva una comunità di circa 3000 persone; poveri, omosessuali, ragazze madri, anziani, dissidenti del regime fascista, alcolisti e altri diseredati dalla società civile componevano la comunità. Le “cure” erano a base di elettroshock, violenze, abusi, farmaci; questo almeno per lungo tempo. L’ultimo “degente”, nonostante l’obbligo di chiusura dei manicomi nel 1978, uscirà nel 1998, quasi all’inizio del nuovo millennio. La realtà misteriosa e lugubre dell’ex ospedale psichiatrico presenta inquietanti analogie col passato anche nella contemporaneità, si tratta solo di leggerla in chiave “moderna”. Abusi e violenze intese oggi come l’eccessivo permissivismo e il continuo menefreghismo che hanno reso San Salvi una sorta di ghetto, un secondo Harlem. Non è raro, come hanno anche riportato le cronache, vedere qualcuno che gira con una pistola in attesa di regolare i conti. La zona pullula di siringhe infette e panette di stupefacenti, sinonimi dell’abbandono totale del tentativo di fare pulizia e ripristinare le normali condizioni civili e sociali di un’area interamente degradata e ad alto rischio igienico – sanitario. Il fatto che sia poi di proprietà della Asl Fiorentina rende tutto più ripugnante. Quella che si respira a San Salvi è un’aria macabra e sinistra, proveniente dalle più buie e nascoste stanze dell’edificio ormai in rovina; corridoi e scantinati dove la miseria e l’emarginazione sociale hanno preso il sopravvento, portando inesorabilmente ad episodi di abusi e violenze verso il patrimonio pubblico e non solo; ma anzi soprattutto verso frequentatori e passanti, giornalisti e gente comune adirata e stanca di tutto ciò. Non importa addentrarsi più di tanto nella giungla di Villa Maria per capire che ciò che sta accadendo va contro ogni limite di tolleranza umana. Un camion parcheggiato lì da mesi segna il confine tra la terra degli uomini e la terra di nessuno, al di fuori di ogni possibile ed immaginabile cornice di convivenza civile. A dare un forte impatto emotivo sono anche le scritte presenti sui muri dello stabile, logicamente incomprensibili e socialmente preoccupanti. Montagne di sudicio, detriti, carcasse di auto, sanitari divelti, materassi stracciati e motorini abbandonati sono l’emblema di questo mondo nel mondo, popolato da esseri spregiudicati, in aperto contrasto con le regole e lo stile di vita della società attuale. Sono tante le denunce ai Carabinieri per aggressione fisica e verbale e lesioni personali, provocate da punkabbestia e animali famelici, liberi di circolare tranquillamente nel parco anche di giorno. Famoso il caso di una signora sessantenne che recatasi, come di consueto, alla colonia felina presente all’interno dell’area è stata aggredita prima da tre individui e poi dai loro cani, senza che i padroni muovessero un dito. Lasciata a terra inerme, è stata trascinata per qualche metro e poi abbandonata. Questo uno degli esempi più comuni e banali purtroppo che troppo spesso si verificano in quel luogo. Qualche tempo fa, la polizia provinciale di Firenze ha accertato la morte di uno dei gatti della colonia felina per “lesioni compatibili con ferite da strappamento o da morso”. Anni di silenzi, di promesse mai mantenute sostituite da folli operazioni di recupero (un chiaro metodo di girare attorno al reale problema) quali apertura di padiglioni, asili nido, razionalizzazione di spazi sanitari, destrutturazione di residenze sanitarie assistite e recupero di vecchi teatri con l’ambizione di voler creare percorsi di guida urbana dedicati ai ragazzini ed avviare progetti di recupero dei detenuti con la riparazione delle biciclette usate ed asportate dalle pubbliche vie. Anche la natura si è stancata: dopo la tromba d’aria dello scorso agosto decine e decine di alberi secolari sono crollati al suolo, portandosi via quel poco che rimaneva per poter ancora considerare San Salvi come un qualcosa di conservabile. L’area necessita di una totale rivoluzione urbanistica, e di un recupero ambientale, come previsto nelle varie mozioni progettuali presentate alle massime istituzioni locali, affinché vengano e possano essere tutelate le condizioni di sicurezza e vivibilità dei residenti in zona e di tutti gli altri cittadini. Basti pensare alla grandezza del parco e alle risorse che esso potrebbe offrire. Il grande polmone verde nella zona di Rovezzano – Coverciano, inavvicinabile per chiunque, rappresenta un patrimonio dal gran valore storico – culturale e sociale, valore che però, almeno per il momento, come avrebbe detto il grande Michelangelo Buonarroti, rimane intrappolato nella materia apparente senza che nessuno riesca, o meglio, si preoccupi di liberarlo.

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