Il 23 giugno 2016 si è svolto in Gran Bretagna il referendum sulla Brexit. Il popolo inglese è stato chiamato ad esprimere la sua preferenza sulla permanenza o sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. I voti favorevoli al leave sono stati la maggioranza (51.9%) battendo il 49.1% dei favorevoli al remain.  Il voto ha mostrato una grande spaccatura tra le Nazioni del Regno Unito: infatti l’uscita dall’UE ha ottenuto la maggioranza in Inghilterra e Galles mentre in Scozia e in Irlanda del Nord si è votato per rimanere. In linea di massima a votare a favore del remain sono stati i giovani fino a 40 anni, favorevoli al leave invece la popolazione di età superiore.

In seguito alla pubblicazione dei risultati la sterlina è scesa ai minimi storici del 1985 e il primo ministro del regno unito David Cameronsi è dimesso. “Non penso che sia giusto per me cercare di essere il capitano che guida il nostro paese verso la sua prossima destinazione” ha sostenuto.  A sostituirlo è stata Theresa May.

In Scozia l’esito della Brexit ha riaperto questioni mai definitivamente chiuse: un secondo referendum sull’indipendenza scozzese (il primo avvenne nel settembre 2014 dove il 55% della popolazione votò per rimanere) e quindi la sua permanenza nell’UE . A poche ore dai risultati la premier scozzese,Nicola Sturgeon, ha infatti affermato: ” La Scozia ha parlato. E ha parlato chiaro. Il voto qui rende evidente che il popolo della Scozia vede il proprio futuro come parte dell’Unione europea”.

La Brexit ha riacceso gli animi anche in Irlanda del Nord: anche qui è stato invocato un altro referendum, stavolta per la riunificazione delle due Irlande, dal momento che Dublino appartiene fedelmente all’Unione Europea. “Con l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, l’Irlanda dovrebbe andare al voto per la propria riunificazione”, ha detto il vicepremier dell’Irlanda del Nord, Martin McGuinness.

Ma ora, sei mesi dopo, che ne è di Brexit?

Le previsioni catastrofiche in ambito economico di molti analisti non si sono avverate. Se è vero che da una parte si è assistito a un aumento della disoccupazione (dal 4,9% al 5,3%)e del prezzo delle case, nonché a una diminuzione dei mutui concessi dalle banche; dall’altra la sterlina sta guadagnando gradualmente sempre più terreno, i consumi non sono calati, anzi si è verificato un aumento nel settore dei servizi(che rappresenta l’80% dell’economia inglese), un incremento del turismo e delle esportazioni, soprattutto verso Cina e Stati Uniti. Questo è dovuto anche alle misure di emergenza prese dalla Bank of Englandche ha cercato di fermare la recessione dell’economia inglese.

Theresa May nel mese di ottobre ha deciso di attivare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Questo definisce le modalità con cui un Paese UE può uscire volontariamente dall’Unione Europea: “Ogni stato membro può decidere di recedere dall’Unione conformemente alle proprie norme costituzionali”. L’Articolo 50 specifica che lo stato uscente deve informare il Consiglio europeo della sua intenzione, negoziare un accordo sulla sua uscita e stabilire le basi giuridiche per il rapporto futuro con l’UE. Da parte dell’Unione, l’accordo stabilito deve incontrare il favore della maggioranza degli Stati membri e il consenso del Parlamento europeo. Inoltre stabilisce che sono necessari due anni di tempo tra il ricorso all’articolo e la conclusione di nuovi accordi.

Tuttavia l’uscita dall’UE appare come una meta sempre più lontana per la premier britannica, soprattutto a causa di un ricorso presentato all’Alta Corte di Londra da Gina Miller. Secondo l’imprenditrice è infatti necessario sottoporre il procedimento dell’articolo 50 al voto del Parlamento prima di iniziare il processo di uscita.  Il ricorso è stato accolto, ma il governo ha subitodato il via libera a presentare un appello alla Corte suprema contro il verdetto. “Il Paese ha votato per lasciare l’Unione Europea in un referendum approvato dal Parlamento e il governo è determinato a far rispettare il risultato del voto” scrive in un comunicato TheresaMay.I giudici emetteranno il loro verdetto a gennaio: se ci sarà la conferma che occorre un voto del parlamento per dare il via ai negoziati, la premier dovrà affrontare una votazione alla Camera dei Comuni e a quella dei Lord, spiegando che tipo di Brexit vuole realizzare e potrebbe verosimilmente essere sconfitta se non ottiene l’ok di Westminster. Questo rallenterebbe molto l’uscita della Gran Bretagna che probabilmente non riuscirebbe a rispettare la data che si era prefissataper dare il via all’articolo 50: la fine di marzo 2017.La causa di Gina Miller è invece sostenuta dalla premier scozzese, Nicola Sturgeon che al momento concentra le sue energie nella battaglia per evitare la Brexit o per arginarla in più possibile, in primis contrapponendosi all’idea di “Hard Brexit”.

Quest’ultimo è stato un tema che ha portato grosse divisioni nel governo May, incerto tra la realizzazione di una “Hard Brexit”-un’uscita della Gran Bretagna non solo dalla UE, ma anche dal mercato comune europeo, tagliando tutti i ponti con l’Europa (posizione sostenuta dell’ala più euroscettica del partito conservatore)- oppure di una “Soft Brexit“,sul modello della Norvegia, che prevede di restare dentro il mercato comune pur essendo fuori dalla UE. L’ex-ministro francese Michel Barnier, nominato negoziatore capo dell’Unione Europea nella trattativa sulla Brexit con la Gran Bretagna, in data 6 dicembre 2016, ha precisato a questo proposito che l’appartenenza al mercato comune e le quattro principali libertà dell’UE (libertà di movimento per i lavoratori, le merci, i servizi e i capitali) sono “indivisibili”. Nessun compromesso in vista, almeno per ora, sull’ipotesi che il governo May possa riuscire a mantenere in qualche modo l’accesso al mercato comune senza garantire libertà di immigrazione.

Un’altra brutta sorpresa per la premier arriva il 16 dicembre: Michel Barnier ha infatti comunicato che, appena Londra lascerà formalmente l’Unione Europea, dovrà pagare un conto salato di 50 miliardi di sterline. “Non si tratta di una multa per Brexit” ha voluto precisare l’ex ministro “ma di rispettare impegni già presi”.

La situazione è dunque ancora molto incerta, ma quali saranno le conseguenze pratiche per gli stranieri residenti in Inghilterra?5,4 milioni sono i residenti nel Regno Unito che provengono da paesi diversi e  solo gli italiani raggiungono quota 550mila. E’ ancora tutto da decidere, ma la questione sta prendendo una brutta piega per gli stranieri.Ad ottobre il ministro dell’Interno britannico, Amber Rudd, ha annunciato l’intenzione del chiedere alle imprese di rivelare il numero dei dipendenti stranieri al fine di proteggere i propri cittadini: l’ideaha scatenato in tutta Europa polemiche e scandalo equindi poco tempo dopo il governo ha deciso di fare marcia indietro, ritirando il tutto. Le ultime proposte al riguardo tuttavia non sembrano migliori: Cameron in un discorso tenutosi nel mese di dicembre ha infatti sostenuto chegli stranieri non avranno più il diritto di fare richiesta per gli assegni di sostegno al reddito,nè di fare domanda per un alloggio popolare e potranno essere rimpatriati di forza se disoccupati da più di sei mesi. I cittadini provenienti da quelle nazioni entrate da poco nella grande famiglia della UE non potranno espatriare in Inghilterra fino a quando le economie dei loro paesi non avranno quasi raggiunto i livelli standard degli altri. Inoltre non sarà concessa nessuna garanzia di Welfare per i primi quattro anni di residenza in Gran Bretagna.Restano ancora un incognita le tasse universitarie che tuttavia dovrebbero rimanere invariate, almeno per questi primi anni.  Una cosa è certa: dopo la Brexit il sentimento comune degli stranieri residenti in Inghilterra è quello di non essere più i benvenuti e circola la paura di venir identificati come “cittadini di serie B”.
 

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