Test missilistici, ultimatum, minacce, alleanze, scontri diplomatici: la situazione tra Pyongyang e Washington sta degenerando esponenzialmente nelle ultime settimane. Dopo anni di interminabile braccio di ferro con gli USA e con le altre potenze mondiali, nel quale la strategia nordcoreana consisteva nello sfoggiare test atomici destinati soprattutto a ottenere aiuti economici ventilando la minaccia dell’uso di un proprio arsenale nucleare, il leader Kim Jong-un ha infatti cambiato strategia. L’obiettivo adesso non è esibire capacità nucleari per sovvenzionare un paese che altrimenti rischia la caduta del suo regime. Si tratta invece di prepararsi alla guerra atomica.

L’ex presidente americano Barack Obama  ricevendo il 10 novembre scorso Donald Trump, mette subito in allerta il suo successore del preoccupante miglioramento nella pianificazione strategica messa in atto dal leader nordcoreano. Il problema da lì a oggi peggiora drasticamente. Il 6 marzo Pyongyang  lancia quattro missili capaci di portare una testata nucleare miniaturizzata verso il Mar del Giappone, a un migliaio di chilometri di distanza. Questi sono ammarati non lontano dalla base giapponese di Iwakuni, che ospita i caccia F-35 americani che hanno nel “mirino” la Corea del Nord. Il lancio è avvenuto mentre era in corso un’esercitazione  sudcoreano-statunitense denominato Foal Eagle, con cui i due alleati sembrano voler simulare un attacco alle infrastrutture missilistiche e nucleari nordcoreane.

Il 18 marzo il neo presidente degli Stati Uniti, manda un Ultimatum a Pyongyang per la cessazione di questi test o la Corea del Nord verrà considerata da Washington come paese ostile. Il messaggio di Kim Yong Un, che risponde a questa ammonizione con un ulteriore test di missili dotati di un nuovo propulsore, è fin troppo chiaro: la Corea del Nord vuole essere considerata come potenza nucleare a tutti  gli effetti e con tutti i “vantaggi” del caso. Avere infatti a disposizione un arsenale nucleare significherebbe poterlo usare a scopo intimidatorio su quegli stati tanto “cari”  al leader nordcoreano: prima fra tutti l’omonima nazione a sud e Giappone. Inoltre a Pyongyang preme molto la conservazione del regime  e la nomina a effettiva potenza nucleare rafforzerebbe ancora di più la stabilità dello stato dittatoriale.

Il conflitto tra le due Coree ormai congelato da sessant’anni  lungo la cosiddetta “zona smilitarizzata”– che corre attorno al 38° parallelo, linea divisoria fra le Coree, sembra ora essere più reale che mai. Senza contare che la strategia nordcoreana porterebbe il Giappone(nazione provvista di tecnologia e materiale fissile necessarie per produrre un ordigno in poche settimane) a correre ai ripari preparando a loro volta l’arsenale per eventuali risposte a un attacco. A Tokyo si aggiunge Seoul che sta già prendendo in considerazione la possibilità di “rinnovare l’armamentario”. La Cina dal canto suo eviterebbe con piacere una Corea unita sotto l’influenza americana come vicina di casa;  evita quindi di affamare i nordcoreani, anche se (soprattutto per le pressioni di Washington) cerca di far ragionare Pyongyang soprattutto grazie a leve di tipo economico.

Un conflitto tra queste due piccole nazioni rischia di diventare una catastrofe a livello mondiale: un conflitto nucleare al quale nessuno sarebbe in grado di sottrarsi.

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