“Preferirei cento volte combattere che partorire una volta sola”

Medea

 Attualizzare una tragedia del  V secolo potrebbe sembrare un grande azzardo ma l’opera della Pergola è riuscita perfettamente a trasportare la Medea nei giorni nostri. Il merito di questa impresa è da attribuirsi non solo al regista Gabriele Lavia che ha saputo interpretare il capolavoro di Euripide ( nonostante  egli affermi che è Medea stessa ad aver interpretato lui), ma anche a tutto il cast che ha lavorato alla realizzazione della messa in scena, dagli attori allo scenografo, passando per il costumista. La tragedia è in scena a martedì 18 aprile alla Pergola – teatro della Toscana di Firenze e vi resterà ancora sabato (ore 20,45) e domenica (ore 15,45): una produzione della Fondazione teatro della Toscana.

 L’opera greca tratta temi che a prima vista possono sembrare banali come la gelosia o il tradimento, trasportandoli in una dimensione tragica e sconcertante sia per il 431 a.C.( anno in cui Euripide la mette in scena per la prima volta) che per il 2017.

La tragedia segue quelli che verranno chiamati nel 1500 “canoni aristotelici”, infatti rispetta le unità di tempo di luogo e di azione.

La protagonista assoluta dell’opera è naturalmente Medea, moglie di Giasone, che dopo aver aiutato il suo amato in svariate imprese ( tra le quali la più nota è il recupero del vello d’oro con la nave Argo ) e dopo aver dato alla luce due figli, si trasferisce con lui a Corinto, terra per lei straniera. Lo spettacolo si svolge nel giorno delle nozze fra Giasone e la figlia del re Creonte. Medea, naturalmente devastata dal tradimento, medita nella sua casa come potersi vendicare dell’adultero Giasone.

All’interno dell’abitazione ( dove si svolge l’intero spettacolo) sono presenti quasi da subito la nutrice e le donne di Corinto:  quest’ultime agiscono come una voce della coscienza di Medea che però si rifiuta di ascoltare durante l’intera opera. La sofferenza e il dolore che prova la figlia di Eete sono talmente smisurati che la portano alla pazzia(forse anche schizofrenia) facendole credere che la vendetta migliore per quello che Giasone ha fatto sia quella di uccidere la sua futura sposa attraverso una veste avvelenata, provocando così anche la morte di chiunque provasse a salvarla come  tenterà di fare il padre Creonte,  ma soprattutto la decisione sconcertante di uccidere i propri figli per punire il marito, privandolo così di una stirpe e arrecandogli tutto il dolore che lei provava.

L’opera messa in scena dal regista milanese è ricca di pathos e l’interpretazione di Medea da parte di Federica Di Martino è sublime, riesce a far penetrare il dolore e la voglia smisurata di vendetta in ogni singolo spettatore:  i suoi movimenti, quasi animaleschi, le sue espressioni e i suoi lamenti sono una “esagerazione doverosa”  per interpretare al meglio il suo personaggio. Ottime anche le prestazioni  di Simone Toni ( Giasone), Angiola Baggi ( la nutrice) e tutto il resto degli attori, che sono riusciti ad accompagnare perfettamente la notevole prova della protagonista. Degno di nota anche il coro delle donne di Corinto che ha operato in una sorta di opposizione con Medea come si può vedere benissimo non solo dalla ricerca della ragione che le donne operano in contrasto alla protagonista, ma anche dalla scelta dei costumi di Alessio Zero, che, proprio per enfatizzare questo contrasto le veste di bianco e di azzurro, in contrapposizione netta con i colori del vestito di Medea.

 

Un successo che ha ricevuto ben tre manches di applausi dal pubblico della Pergola che ha apprezzato questa interpretazione attuale del grande classico di Euripide.

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