Famoso attore divenuto ancor più  celebre regista in campo teatrale, arriva su carta col libro “Lavia il Terribile”, scritto da Anna Testa, ma la parte fondamentale non è solo lo scritto quanto le fotografie, che raccontano la vita teatrale di Gabriele Lavia, di Tommaso le Pera, grande amico del regista, nonché suo fotografo ufficiale. Famoso a livello Europeo, il fotografo inventore della tecnica della fotografia dinamica (senza interrompere il naturale corso della scena), è amico di Lavia fin dal 1974 anno in cui fu incaricato di fotografare l’Otello con il quale (Lavia) debutta in regia. Da qui in poi il loro rapporto non sarà più esclusivamente professionale, ma una lunga amicizia, in cui le Pera immortala in fotografie spettacolari tutta la carriera del regista. Decidendo di unire una parte della sua immensa raccolta all’idea di Anna Testa, giornalista e documentarista, di dedicare un volume fotografico all’immenso Gabriele Lavia, arricchito da varie interviste e testimonianze del regista. Idea nata da Anna Testa come una sorte di punizione per il regista, perché come suggerisce l’autrice  “mi ha intrappolato nel suo teatro senza darmi possibilità di uscirne”.
Il 21 Aprile 2017, al Teatro della Pergola, nell’Atrio delle colonne si è tenuta la presentazione del  volume dedicato al grande regista Gabriele Lavia intitolato “Lavia Il Terribile”, per Manfredi edizioni, considerata dal critico teatrale Marcantonio Lucidi, intervenuto alla presentazione, una delle poche case editrici che credono in un possibile guadagno con libri sul teatro. A presentare l’opera c’erano il protagonista, il critico e gli autori stessi: Anna Testa  e Tommaso le Pera. Dopo una serie di presentazioni e racconti di vita, la parola viene passata da Crudeli a Lavia. Partendo dalla spiegazione della parola Dio, il regista spiega in maniera filosofica il teatro, il suo teatro e le sue convinzioni su di esso. Raccontando di come sia stato condotto sulla via della recitazione da Orazio Costa, regista teatrale, e sulla via della regia da Giorgio Strehler,  “il più grande regista del mondo, allora e per molto tempo” (Gabriele Lavia), egli ricorda anche le notevoli differenze, in quanto Lavia si autodefinisce molto meticoloso, studiando tutto molto prima dell’inizio delle prove;  al contrario, racconta l’allievo, Strehler non aveva bisogno di studiare, perché nelle sue prove avveniva tutto come per magia, anche se duravano per mesi interi.  Il teatro per Lavia è una sorta di filosofia non Platonica, ma Pre-Platonica, essenzialmente fisica, in quanto il linguaggio del corpo dell’attore arriva prima allo spettatore rispetto alla parola;  egli però non intende declassare l’importanza della parola, perché essa è uno strumento chiave che l’attore deve essere in grado di far proprio. Per arrivarci  servono anni di allenamento, anche se per il regista non esistono battute dette male o battute dette bene, l’importante è che ci sia un’armonia. Cosa ne pensa però Gabriele Lavia del rapporto tra personaggio e attore? Partendo dal definire il teatro come un gioco in cui il fine non è uccidere, ma solo lo sconfiggere; nell’eterno conflitto tra il “te personaggio” e il “te attore ”, a essere sconfitto è quasi sempre il personaggio e questo gioco dei contrari dà vita al teatro. Riprende anche il pensiero di Strehler sull’essere attore secondo il quale quest’ultimo ha due respiri: quello da attore e quello da personaggio. Non è però del tutto dello stesso avviso l’allievo, in quanto vede questi due respiri come sovrapposti,e confusi rimanendo però allo stesso tempo separati.
La funzione del regista può essere vista sotto vari punti di vista, qual è quella giusta secondo Lavia?  Un regista non è da considerare una sorta di professore col compito di insegnare come si fanno le battute o come si fanno i movimenti, il compito vero del regista sta nell’indicare come si sta in scena. Il punto di partenza per questo è il palcoscenico, ma  è importante anche stare dietro le quinte,  che è  come un sorta di momento in cui si può scherzare, mentre il vero mistero è l’attimo tra le quinte e l’entrata in scena in cui tutto perde valore, perché l’attore è in attesa del suo “momento di gloria”. Lavia considera l’attore come un segno in grado di dare altri segni, però un testo che in questo caso è un copione è fatto solo di parole; avendo una lunga carriera sia da attore che da regista, come fa a risalire dalla parola al segno?
“A volte viene al primo colpo, a volte al secondo, a volte non viene mai”, così il maestro risponde alla domanda, aggiungendo che tutto è un segno, ma come si decodificano quest’ultimi? Non c’è un sistema universale per questo, afferma Lavia, ma ognuno li decodifica in modo suo. Così conclude il suo intervento. L’ultima parola spetta a Marcantonio Crudeli che afferma: “Lo spettacolo più bello di Gabriele Lavia non è l’ultimo, ma il prossimo”.

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