Deh, parla basso

Però non mi destar,
Fuori la luna già arrossiva alla luce pallida dell’alba. Nella stanza piena di ombre, lo scultore sedeva al tavolaccio con gli stivali ai piedi e gli occhi cerchiati di rosso. Accanto al suo gomito, un mozzicone di candela sfarfallava debolmente incollato alla sua pozza di cera: alla luce incerta della fiamma, quasi sul punto di rendersi inutile nell’aurora incipiente, lo scultore scriveva, e anche nello scrivere sembrava che non avesse mai smesso di scolpire. Teneva la penna con tutte le dita della mano sinistra strette intorno allo stelo, e con la punta scavava nella carta.
deh, parla basso.
Un raggio di luce si intrufolò nella camera e si infranse sul foglio. Lo scultore strinse le palpebre per difendersi dal riflesso: un cerchio pulsante gli si strinse intorno alle tempie. Aveva settant’anni. Pensò alla notte e capì che era vecchio.

Vede l’Aurora il giorno della morte della mamma. Nella foschia perlacea dell’alba della sua vita, questa è la prima nube davvero scura a inchiodarsi tra lui e la luce nuova del suo sole. Ma già riesce a vederne altre sbocciare all’orizzonte, come funghi a lambire il tronco di un albero marcio.
La balia moglie dello scalpellino gli ha detto che quando poi il tronco si sgretola, il cerchio di funghi rimane, e dentro il cerchio le fate ballano finché la luna è alta in cielo. Adesso la luna è solo una ferita sottile, piegata all’ingiù come un broncio e già quasi nascosta oltre l’orizzonte. Nei cerchi di funghi, le fate si massaggiano i piedi gonfi e si dissolvono in uno sbuffo di rugiada.
Ha sei anni, e ancora non è uno scultore, ma quand’era piccolo ha bevuto il latte della moglie dello scalpellino, impastato con la polvere del marmo. Ha sei anni ed è la prima volta che passa tutta la notte sveglio, e in lui l’adrenalina della tristezza e della trasgressione deve ancora lasciare il passo alla stanchezza.
Nel cortile che dà sulla strada, l’aria umida gli raffredda la faccia. Dentro casa i suoi fratelli dormono. Tutti e quattro stretti stretti sul materasso, i pugni sui cuscini, in mezzo alle teste, e il loro respiro va su e giù, e a volte nel sonno diventa un lamento.
Dentro casa il babbo dorme, nella stanza che ora è solo sua. Da solo sul materasso, i pugni sui fianchi, e il suo respiro va su e giù, e a volte nel sonno diventa un singhiozzo. E la sua testa è piena di nuvole infeltrite.
Ma già le stelle iniziano a scolorire, e dietro l’orizzonte l’alba cresce rossa come il cuore di un bracere. In fondo alla strada, l’aria inizia a vibrare allo schioccare lento di zoccoli sui ciottoli. E alla fine, pallida nel pallore del mattino, vede una figura affiorare dalla bruma, muovere lungo la via nella sua direzione con un’andatura ondeggiante da chimera. Per un secondo, la bocca gli si riempie di bile e la testa gli brulica di mostri delle fiabe.
Poi però la figura si avvicina, e lui si accorge che si tratta solo di una donna che cammina al fianco di un cavallo. Il fiato gli si condensa davanti agli occhi in un sospiro di sollievo.
La donna porta un cappuccio. Il rumore dei suoi passi si perde nel rintocco degli zoccoli del cavallo. Si ferma a poche braccia da lui, volta la testa. Sotto il cappuccio, i suoi occhi sono fissi e lattei come la foschia dell’alba.
«Michelangelo» dice con voce da allodola. «È morta. Come farai?»
Michelangelo esita. Tira su col naso. Pensa ai suoi fratelli, tutti e quattro stretti stretti coi pugni tra le teste.
«Farò» risponde.
La donna sorride tra le ombre del cappuccio e lo scintillio dei suoi denti riflette quello degli occhi. Poi riprende a camminare senza rumore, una mano sul dorso del cavallo.
È un cavallo piccolo con le zampe tozze. In mezzo al nero della criniera tintinnano tante sottili trecce lucide.
Il sole socchiude il suo occhio di fuoco.
La donna e il cavallo svaniscono nella foschia.
Le fate si dissolvono in uno sbuffo di rugiada.

Incontra il Giorno accasciato vicino a Ponte Vecchio.
Michelangelo cammina spedito evitando i cumuli fumanti lasciati dai cavalli (nessuno di loro ha nella criniera lische di sottili trecce lucide). Quasi ne sfiora uno con il piede, e mentre balza indietro si augura che Da Vinci sia meno fortunato di lui, la prossima volta che si ritroverà a camminare per la città.
Ha ventinove anni. Dentro di lui il latte impastato di polvere di marmo della moglie dello scalpellino ha innaffiato il talento.
È uno scultore, ma ora gli tocca disegnare. Non ama disegnare, lui. Da Vinci invece sì. Si direbbe che Da Vinci ami fare tutto, tranne che i propri affari. Il naso spaccato tanti anni fa gli pulsa per il dispetto.
Da Vinci il naso rotto non ce l’ha. Gli uomini della sua età portano i capelli corti e le vesti lunghe: Da Vinci al contrario. Ghigna come un ragazzino nelle sue tuniche corte da ragazzino. Affascina, parla bene, e sa ridere al momento giusto. Per questo alla gente piace tanto. Suo padre era ricco, sua madre era viva.
Per Da Vinci, la cupola del cielo è vuota e brillante come il tessuto delle sue tuniche.
Michelangelo affretta il passo. Nuvole sfilacciate si contendono il sole. Inciampa. Tende le braccia in avanti e nei palmi gli si conficcano costellazioni di sassolini appuntiti.
Impreca, si alza in piedi. Il ginocchio gli invia scariche di dolore sordo. Si volta a guardare la strada in cerca dell’ostacolo, ma alle sue spalle, buttato contro un angolo del viale, vede solo un mucchio di stracci macchiati.
Poi dal mucchio sporgono due pugni paonazzi ai lati di una protuberanza che somiglia a una testa. Michelangelo pensa ai suoi quattro fratellini addormentati nella penombra dell’alba. Dalla sua tana di stracci, una faccia spellata si gira nella sua direzione, gli occhi solo baluginii opachi in fondo alle orbite. In mezzo alla faccia si spalanca una rossa branchia sdentata.
«Vi prego di perdonarmi» sfrigola una voce dai recessi morenti del lebbroso.
Poi, «Michelangelo, che cosa fai?», e adesso la voce è calda come rocce scaldate dal sole.
Michelangelo pensa ai suoi cartoni nello Spedale di Sant’Onofrio. Un concorso, una guerra tra lui e Da Vinci. Una guerra e per vincerla devono affrescare una battaglia ciascuno. Michelangelo è uno scultore, non ama disegnare. Da Vinci invece sì. Ma non può dipingere la guerra chi non ha mai dovuto lottare per conquistarsi la luce del sole.
«Faccio» risponde al mucchio di stracci.
Un mucchio sporco, più polveroso dell’azzurro del cielo. Non ci sono pugni tra le pieghe dei cenci. E anche se sembra quasi che sotto ci sia un corpo, si tratta solo di uno scherzo abbagliante del sole.

Incontra il Crepuscolo a faccia in giù nel Tevere, una sera che tira vento.
Il vento si intrufola tra le vie romane e gela le ossa con i suoi baci di ghiaccio e trascina le nuvole dietro di sé per il cielo scuro, come una muta di cani dietro al cacciatore.
Ha sessantaquattro anni. Muoversi ha iniziato a fare male. Il naso rotto una vita fa gocciola e pulsa, non più per il dispetto ma per il freddo. Alla sua età, il freddo non fa bene alle ossa.
Il vento ulula nelle vie romane e il mondo vuoto ascolta in silenzio il suo urlo.
Michelangelo cammina piano, lo sguardo a terra per aggirare eventuali mucchi di stracci e il loro contenuto. Alla sua età e con la sua costituzione, cadere può anche voler dire non riuscire più a rialzarsi.
A piccoli passi, cammina verso il fiume. In basso l’acqua gorgheggia e i flutti riecheggiano il chiacchiericcio dei morti. La voce di suo fratello chiama il suo nome in un sussurro al di là del tempo.
Michelangelo chiude gli occhi. Nelle sue gambe, i muscoli formicolano. Il petto gli si gonfia di vento, quasi anticipando l’acqua che potrebbe invaderlo da un momento all’altro. E i vestiti pesanti tirano giù, giù fino alla notte eterna.
Michelangelo apre gli occhi. Il vento urla nelle strade romane. Qualcosa biancheggia nell’acqua nera. Un uomo cullato dalle onde, la testa cinta da un’aureola di capelli. I vestiti galleggiano intorno a lui come ali, e pare che l’acqua stessa si aggrappi a lui con mille piccoli uncini, e se l’acqua non ci fosse l’uomo galleggerebbe fino al cocuzzolo del cielo con la sua muta di nuvole.
La corrente lo porta sotto i suoi occhi. Si ferma. Tutto si ferma, il vento si acquieta, il mondo si tende in ascolto. L’uomo si volta con la spontaneità di chi si rigira tra le lenzuola coniugali. Le sue labbra hanno il colore del cielo a occidente.
«Michelangelo,» dice, con la voce sussurrante del fiume. «Che stai facendo?»
Michelangelo sente il vento baciargli le ossa. La sua pelle è appesa lontano, da qualche parte, con la muta bocca spalancata come l’occhio cieco di un ciclope.
«Sono stanco di fare» risponde.
L’ultima luce del sole gocciola via dalla clessidra del giorno.

Aveva settant’anni. Pensò alla notte e si chiese quanto ancora avrebbe tardato ad arrivare. Il ciclo di albe e tramonti sembrava protratto nel suo crepuscolo eterno.

Incontra la Notte quando tutto è finito, e la saluta come l’amica più vecchia che ha.
Ha novant’anni, ma ormai non conta più. Nel retro del carro di suo nipote, viaggia senza peso avvolto in un abbraccio di panni, e non sa decidere se siano un sudario o fasce da neonato.
Ormai sono quasi alle porte di Firenze. Sopra di loro, la luna e la sua corte banchettano nel cielo.
Michelangelo scende dal carro. Cammina rapido con passi di vento, su per le strade di una vita fa, fino alla sua Sagrestia.
Dormono, dietro le porte chiuse. Adagiati sopra i loro sarcofagi, a due a due, dormono. Solo lei è ancora sveglia ad aspettarlo, e alzato il sipario delle palpebre di marmo i suoi occhi brillano come stelle.
«Michelangelo, che cosa hai fatto?» gli chiede, con la voce della mamma.
Michelangelo figli non ne ha avuti. Non ha guardato i suoi bambini dormire con il pugno accanto al visetto e i boccoli sparsi sul guanciale. Al mondo non ha lasciato tracce umane in eredità. Ma pensa a ciò che attraverso lo scalpello è germogliato dalla punta delle sue dita. Pensa a quanto di lui è rimasto cristallizzato nella pietra eterna.
«Ho fatto» risponde.
Nella Sagrestia sboccia la luce.