Firenze 1600: Contemplando le statue di San Lorenzo. Ricordi (apocrifi?) di Claudio Monteverdi.

Sto seriamente cominciando a pensare che essere venuto qui non sia stata una buona idea. Intendiamoci, essere stati invitati a Palazzo Corsi per discutere di estetica musicale non è certo un onore riservato a tutti i fiorentini (parlo io, poi, che sono di Cremona!), ma se devo stare ad ascoltare i pareri di alcuni poveri “intellettuali” che si ritengono così esperti in questo campo e poi affermano che la bellezza di un dramma si vede dalla messa in scena, dai costumi e dagli apparati… beh, comincio a pormi qualche domanda. Se non altro hanno capito che la monodia è fondamentale per restituire un po’di dignità al canto. Peccato che nonostante ciò non siano riusciti a convincermi che la loro fama non si basa solo su qualche chiacchiera “polifonica”. Avrei decisamente dovuto darmi per malato. “ Ti vedo pensoso, maestro Claudio. Cosa ti turba?” Mi giro di scatto, staccando lo sguardo dai membri della Camerata in preda ad un’accesa (ma in realtà vana) discussione sul trimetro scazonte, per rispondere alla figura che ha appena nominato il mio nome. Una faccia non poi così anonima mi si para davanti. E’ Michelangelo il Giovane, nipote del grande scultore.

“Michelangelo, che piacere vederti! In effetti, devo ammettere che non ci hai visto sbagliato. Detto fra noi, ma queste discussioni di materia elevata non mi sembrano più dignitose di qualche chiacchiera da taverna… non voglio risultare volgare, ma non so come definirle se non delle oscurissime zìfere, o anche peggio.”

“Le abbassi fino a tale livello? Su cosa credi che sbaglino?”

“Il peso della musica. Sono gli strumenti il mezzo con cui dobbiamo far capire allo spettatore la drammaticità o l’ironia della rappresentazione! E questi cercano disperatamente il modo migliore per sottolineare lo splendore delle corti?”

“Non puoi biasimarli, cercano solo di guadagnarsi le grazie del Granduca Ferdinando.”

“Senza evidenziare la grandezza delle note? Perché dovremmo continuare a chiamarli musicisti?”

“Credo tu sia troppo precipitoso, Claudio. Una cosa sono le chiacchiere, un’altra sono le opere. Devi sapere che domani, per la celebrazione delle nozze di Maria e il sovrano francese Enrico, a Palazzo Pitti si terrà una rappresentazione dell’Euridice di Jacopo Peri. Lì avrai modo di fare realmente esperienza dello stile della Camerata Fiorentina. Che ne dici di provare a venire?”

“Per quanto non mi entusiasmi l’idea, sarei venuto comunque. Facendo parte del seguito del Duca Vincenzo come suo musico, non posso non presentarmi.”

“Ah, perfetto allora! Che ne dici di ritrovarci lì? Alla fine della rappresentazione potrai esprimermi il tuo sincero giudizio sui lavori fiorentini.”

“Stai sicuro che lo farò. Ma non credo che riuscirà a farmi cambiare idea.”

“Questo lo vedremo domani. Ora perdonami, ma devo proprio andare. A presto Claudio.”

“A presto Michelangelo.”

Mi risponde agitando in alto la mano mentre esce dalla sala. Per quanto io non creda che una semplice rappresentazione possa farmi cambiare opinione, se è per soddisfare un amico, posso anche fare un tentativo.

Alla fine ci siamo, lo spettacolo comincerà a breve. Mi dispiace solo che Madonna Maria e il sovrano Enrico dovranno ricordarsi il giorno del loro matrimonio con una rappresentazione non degna delle loro cariche.

“Anche se per cause di forza maggiore, sono contento che tu sia qui.” Esclama Michelangelo.

“Te lo ripeto: non ti conviene farti aspettative troppo alte. Dubito fortemente che un semplice spettacolo possa smuovermi dalle mie convinzioni.”

“Beh, questo lo scopriremo fra poco. Anzi, lo scopriremo adesso, la tragedia è cominciata.”

“Allora, Claudio, cosa ne pensi? Sono davvero così arretrati i membri della camerata de’Bardi?”

“Come da promessa, sarò sincero. Non è esattamente quello che mi aspettavo, dopo aver sentito le discussioni di ieri. Peri ha certamente dimostrato una grande maturità in ambito musicale, e lo si è visto soprattutto in alcuni momenti dei cori. La perizia dei musicisti è sicuramente un altro fattore che ha contribuito alla ricchezza delle linee melodiche, ma…”

“Ah, lo sapevo! Il fascino dei fiorentini ha lasciato di stucco anche le tue orecchie!”

“Questa volta sei stato tu a dimostrarti troppo precipitoso, Michelangelo. Non mi hai permesso di dire il mio parere più importante. Per quanto la musica sia una spanna in più rispetto a quell’insieme di rumori che mi aspettavo, risulta ancora troppo timida. Essa si limita a una leggera sottolineatura del testo, e il canto sembra essere ancora troppo timoroso di superare il recitativo.”

“Claudio, io davvero non ti capisco. Ma si può sapere cosa cerchi realmente?”

“Cerco l’ispirazione per qualcosa che possa trovarsi tra il tempo e l’eternità.” Probabilmente sono stato troppo secco in questa mia ultima sentenza. O almeno, questa è l’impressione che mi dà il volto di Michelangelo, con gli occhi spalancati e la bocca leggermente aperta. Non riesco a capire se sia semplicemente sorpreso oppure sbigottito.

“Sta bene. Domani mattina presentati in Piazza San Lorenzo. Devo farti vedere una cosa.” Si gira ed esce, senza neanche lasciarmi la possibilità di controbattere. Forse sono stato davvero troppo rude con l’ultima affermazione. Penso proprio che comunque accetterò il suo invito, meglio chiarire la questione il prima possibile.
Non so, forse ho preso la cosa troppo seriamente, dal momento che Michelangelo non è ancora arrivato. Tuttavia non mi pento del mio anticipo, se lui fosse già qui e io ancora per strada mi risulterebbe ancora più difficile scusarmi per ieri. “Ti vanti tanto delle tue doti da compositore ma non fai mai accenno alla tua prudenza?”- Mi dice una persona appoggiando la sua mano sulla mia spalla destra.

“Michelangelo! – Esclamo, quasi sorpreso – Ascoltami, credo di essere stato scortese ieri a Palazzo Pitti. Non era mia intenzione risponderti in quel modo, solo che la tua domanda mi ha tirato fuori bruscamente un pensiero che da tempo mi attanaglia.”

“Ne sono contento, evidentemente anche io tengo celata una mia virtù, ovvero indurre gli uomini a confessare la verità”, constata, accennando un mezzo sorriso.

“Vuoi dirmi che non ti sei sentito offeso?” Ribatto io, leggermente confuso.

“Offeso? Come potrei? Il tuo desiderio mi ha creato un pretesto per portare un amico a vedere i lavori di mio zio, anzi prozio per l’esattezza.

“Intendi le tombe del Duca Lorenzo e del Duca Giuliano?”

“Esattamente. So che ti senti spaesato, ma ti prego di entrare con me. Ti posso garantire che il tempo che trascorrerai qui dentro non ti sarà vano”, afferma e subito dopo leva i passi verso l’entrata della Sagrestia. Lo seguo, in parte perché mi sento ancora colpevole, in parte perché le sue parole hanno smosso la curiosità del mio animo.
Per quanto l’intero edificio sia un luogo in cui l’architettura e la scultura si incontrano per dar vita a un monumento “pittorico”, solo quest’ultima sua caratteristica mi colpisce profondamente. Il mio occhio cade prima sul muro sinistro e poi su quello destro, senza decidersi sulla direzione da meditare. Dopo un attimo di smarrimento, prendo una decisione: per confrontare accuratamente i due complessi scultorei, porgo prima lo sguardo a uno per poi girarmi verso l’altro, ripetendo numerose volte l’operazione. Comincio dalla sinistra, dove è posizionata la tomba del Duca Giuliano. Egli sta seduto con uno sguardo fiero e possente, tipico dell’uomo attivo e pronto a scagliarsi contro le avversità della vita, ma sempre con la mente ferma e pronta. Mi è stato raccontato che il suo bastone rappresenterebbe l’emblema del potere, ma per qualche motivo mi sembra più una lama per il combattimento. Forse è a causa dell’armatura che lo riveste quasi per intero. Dall’altro lato vi sta suo nipote, il Duca Lorenzo, con aria pensosa e malinconica. Molti sono i simboli che richiamano al sonno e al silenzio, come l’indice sulla bocca o la mano destra girata in fuori. Girandomi ancora, osservo le due figure poste sopra il sarcofago del duca di Nemours. La Notte e il Giorno. La prima, con una torsione delle braccia che le permette di mostrare il busto, sembra quasi volersi riparare da quella freddezza tipica delle sue ore, con numerosi elementi attorno a sé. Una civetta, dei papaveri e una maschera. Tutti simboli della terra da cui l’uomo, una volta avventuratosi, non può più far ritorno: la morte. La seconda statua, che mi confonde gli occhi a causa della sua doppia rotazione, una verso lo spettatore con il volto e il busto, e l’altra attraverso le gambe, pare che cerchi di nascondersi alla mia vista, avvolgendo parte del suo volto col braccio destro. Ella è il giorno, fonte di vita, quindi cosa la spinge a mascherarsi e a non voler mostrare le sue virtù? Che sia la consapevolezza che comunque, per quanto potente essa sia, non potrà durare in eterno, e sarà costretta a scontrarsi con la sua controparte in una dimensione estranea al tempo? Rifletto un po’ su questo dilemma, per poi convincermi a girarmi verso le due figure che dal basso osservano il Duca di Urbino, nella speranza che possano aiutarmi a sciogliere questo nodo. Sono il Crepuscolo e l’Aurora. La figura maschile, con le gambe accavallate e un velo posteriore sostenuto dal braccio destro disteso sulla gamba, sembra essere nell’atto di coricarsi. La sua controparte femminile, con la gamba sinistra che sembra cercare appoggio e il braccio piegato a raggiungere il velo su capo, è intenta invece ad alzarsi dal giaciglio, dopo un lungo sonno. Non so perché, ma il suo sguardo mi pare posarsi sul volto di Lorenzo, accorgendosi con profondo dolore che i suoi occhi sono chiusi per sempre. Proprio l’aurora, che dovrebbe essere principio di vita, come la nascita, rimane privata della sua gioia nel vedere una sua creazione perdersi nel tempo. Cosa si aspettava? Che Lorenzo potesse durare per sempre? La caducità della vita non dovrebbe essere per lei una così grande novità, eppure se ne addolora. Tutte queste figure ondeggiano vorticose nella mia mente, come se mi colpissero nel profondo, cercando di portare alla superficie del mio animo qualcosa, ma non comprendo cosa.

“Il mio prozio, al momento della conclusione dei lavori, venne accusato dai suoi coevi di aver modificato eccessivamente le figure di Giuliano e Lorenzo, nelle due sculture.”

“Davvero?”

“Davvero.  Ma vuoi sapere la sua risposta a queste critiche?”

“Cosa rispose?”

“Che col passare del tempo, nessuno si sarebbe più potuto accorgere della differenza. I volti idealizzati dei due duchi sarebbero durati in eterno.”

Queste parole sono come frecce per me. Mi colpiscono con una potenza dirompente, e per un momento mi sembra quasi di affrancarmi dallo scorrere del tempo. E’ una sensazione strana, che mi avvolge per un singolo istante. Ma è proprio in questo momento che tutti i miei pensieri vengono a convergere. Le armature, degne di guerrieri che combattono per il proprio onore; La notte, che avvolge tutto nello scorrere del tempo; Il giorno, che non può fare niente per opporsi al trascorrere di esso. Il crepuscolo e l’aurora, due momenti contrapposti ma che si susseguono all’infinito, durando in eterno.
Degne d’un chiaro sol, degne d’un pien teatro, opre sarian sì memorande. Notte, che nel profondo oscuro seno chiudesti e ne l’oblio fatto sì grande, piacciati ch’io ne l’tragga e ‘n bel sereno a le future età lo spieghi e mande. Viva la fama loro; e tra lor gloria splenda del fosco tua l’alta memoria
Mi sento come illuminato. Le figure che come un uragano mi tormentavano la mente vengono a condensarsi in questa ottava. E’ il XII canto della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso. “Ci sono finalmente! Ora comprendo!” – esclamo afferrando Michelangelo con gran forza.”

“Ti è finalmente venuta l’ispirazione che cercavi?”

“Sì, amico mio! Ed è solo merito tuo e del tuo maggiore! Ho capito cosa Michelangelo cercasse di rappresentare attraverso questi monumenti! Il tempo è una dimensione a cui nessuno può sottrarsi, ma grazie all’arte scultorea del tuo prozio le figure di Giuliano e di Lorenzo rimarranno vive per decine di secoli, e anche oltre! E’ questo il Kairos che si impone sul Kronos!”

“Era esattamente la reazione che speravo, Claudio! Te l’avevo detto che questa visita non sarebbe stata tempo perso.”

“Hai perfettamente ragione, e ti dirò di più: farò sì che questa giornata sfugga ai lacci di kronos! Aspetta e vedrai; ora scusami, ma devo andare, una forza interiore mi impone di esprimere questa ispirazione. Vedrai, trasformerò le emozioni che ho appreso da questi visi di pietra in note che possano provocare il medesimo effetto alle generazioni a venire. A presto, Michelangelo!”

“A presto Claudio”, sento mentre attraverso il portone per l’uscita

Ci sono applausi in ogni dove, la platea di palazzo Mocenigo esulta e gli attori si inchinano. L’aria che si respira è davvero piacevole. Da quando Michelangelo mi ha mostrato la Sagrestia Nuova la mia mente è entrata in un turbinio creativo che mi ha permesso di rappresentare in musica Il combattimento di Tancredi e Clorinda, nel quale ho anche introdotto il tremolo degli archi, una mia invenzione che pare sia stata molto apprezzata dal pubblico. Mi dispiace solo che Michelangelo, proprio colui che più di tutti mi ha aiutato a trovare l’ispirazione per questo madrigale, non sia presente per vederne la prima. Da lontano noto Girolamo che con un sorriso mi accenna ad avvicinarmi. Probabilmente vorrà complimentarsi anch’egli per il successo dello spettacolo. Esco quindi dalla sala e lo raggiungo.
Da un angolo del salone dove si è svolta la rappresentazione, spunta tra la folla Michelangelo jr. che guarda Claudio allontanarsi
“Caro zio, grazie di tutto. La tua arte è riuscita ad ispirare un musicista dalle enormi potenzialità, che ha creato un’opera che durerà nei secoli, ne sono certo. Ovvio che però un po’ di meriti vadano anche al suo ispiratore – Ride sottovoce – E’ riuscito a trasformare le idee di un altro artista in melodia… non me ne volere zio, ma mi sento di affermare che Claudio Monteverdi può essere definito, senza ombra di dubbio, il Michelangelo della musica.”