Paolo Virzì nasce il 4 Marzo 1964 a Livorno da madre livornese e padre siciliano. Trascorre la sua infanzia a Torino. Trasferitosi in adolescenza a Livorno cresce appassionandosi alla letteratura, in particolare a Charles Dickens e Mark Twain e al loro romanzo di formazione che diverrà in futuro un modello per le sue sceneggiature. Inoltre nel periodo adolescenziale recita, scrive e dirige testi teatrali per due filodrammatiche livornesi. Mentre studia alla facoltà di Lettere e Filosofia, Paolo si affianca a Francesco Bruni, un suo ex compagno di liceo che diventerà nel corso del tempo il suo cosceneggiatore di fiducia.

Lascerà poi Livorno per trasferirsi nella capitale italiana per dedicarsi al corso di sceneggiatura del Centro sperimentale di cinematografia, dove si è diplomato nel 1987. Tra i suoi maestri ci fu Furio Scarpelli, il quale diventerà la sua guida e col quale collaborerà alla sceneggiatura di “Tempo di uccidere” di Giuliano Montaldo. Il debutto vero e proprio del Virzì sceneggiatore si ha nel 1994 con “La bella vita”, recitato da Sabrina Ferilli, Massimo Ghini e Claudio Bigagli e ambientato nella città toscana Piombino. Viene presentato nel 1994 alla Mostra del cinema di Venezia e viene poi premiato con il Ciak d’oro, il Nastro d’argento e il David di Donatello  per la categoria “Migliore Regista Esordiente”. Dopodiché Paolo avendo ormai fatto del cinema la propria vita, dirige quasi un film l’anno quasi tutti premiati, tra i più famosi: “Ovosodo”, “La pazza gioia” e molti altri. L’ultimo premio ricevuto è stato questo 26 Agosto al parco naturale isola dell’Asinara, per la sceneggiatura del suo ultimo film “Ella e John”, durante il festival “Pensieri e Parole”.

Si è parlato durante questo festival, del tema della povertà della droga e del mondo giovanile, temi del resto anche del suo famoso film “Ovosodo”. Ha quindi in progetto altri film simili, magari che trattino anche della città di Livorno?

Sì  io ho fatto un film che uscirà verso i primi di Novembre nelle sale, intitolato “Notti Magiche” che tratta appunto del mondo giovanile, i protagonisti infatti sono 3 ventenni, uno dei quali viene da una famiglia appartenente alla classe operaia. Questo film tratta di un tema che mi sta molto a cuore: l’avvento dei giovanissimi nel mondo del lavoro e nell’età adulta, perché a parer mio è l’archetipo narrativo per eccellenza, è il romanzo che Dickens avrebbe definito il “Coming of age”, ovvero il romanzo di formazione.

Entrando nel mondo cinematografico; qual è la relazione che lei ha con i suoi film? Come si comporta quando il film è finito?

Quando un mio film esce nelle sale, non è più mio, è di tutti e guardarlo mi farebbe venire solo voglia di modificarlo in mille modi diversi. Mi capitò qualche anno fa di trovare un mio film in televisione e guardandolo così sullo schermo, oltre alla voglia di modificarlo provai un forte senso di pudore e di vergogna.

Per quanto riguarda invece la stesura di un suo film lei come si comporta?

 In genere preparo la mia sceneggiatura con tanti disegni e illustrazioni, per cui il film lo ho già abbastanza in mente quando lo scrivo, ma allo stesso tempo mi piace tenere spalancate tante “finestre”, che in alcuni casi mi fanno cambiare completamente alcune scene che magari avevo pensato nella mia testa in maniera totalmente differente, soprattutto quando collabori con altre persone in prima persona sul set. Per l’ideazione mi ispiro spesso ai romanzi di formazione e le persone che incontro nella mia vita di tutti i giorni. Cerco nei film di esprimere sentimenti forti, gli stessi che provo io in prima persona.

 

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