Niccolitudini, questo è il nome che Antonio Pagliai, della casa editirice Polistampa (e dei marchi ad essa collegati)  ha dato agli incontri settimanali che durante il Giovedì pomeriggio intrattengono chiunque sia interessato alla presentazione di nuovi libri presso la libreria dei teatro Niccolini, di proprietà della famiglia Pagliai.  Lo si può anche chiamare un salotto del libro, perché in parole povere questo è un luogo d’ incontro per appassionati che parlano di letteratura. Lo scorso Giovedì 13 Settembre è stato presentato il libro di Pjetër Filip Arbnori ( 1935-2006) edito da Mauro Pagliai editore :  L’ Arca della morte  (biografia di una parte della sua vita) a cura di Dario Fertilio, con cui ha avuto inizio una nuova collana di libri che prende il nome di “Verità Scomode “. Un progetto in cui sia Fertilio sia Francesco Bigazzi  (l’ altro giornalista direttore della collana) hanno riposto molta fiducia;  già due sono i libri pronti, in attesa di essere pubblicati e molti altri in produzione (uno spoiler: una  Intervista al patriarca Kirill da parte di Bigazzi). La collana accoglie per lo più idee e cose nuove, originali e inedite che hanno come obbiettivo quello di creare legami e vie di comunicazione fra pensieri e mentalità, culturali e politiche, lontane fra loro.

Arca della morte in principio non era altro che un testamento scritto da Arbnori durante la sua lunghissima prigionia, che grazie alle cure del giornalista Dario Fertilio è divenuto libro. Molto curioso era il titolo originario dello scritto : Il Cesso, sicuramente una dicitura molto interessante che il lettore potrà capire leggendo il libro fin dalle prime righe. Pjetër Arbnori  era un semplice attivista albanese che ha trascorso ben ventotto interminabili anni nelle prigioni comuniste del suo paese, per essersi dichiarato contrario alla dittatura di Enver Hoxha. Più di dieci mila giorni passati a combattere una lotta interiore per non perdere sé stessi e il significato di umanità. Più di dieci mila giorni in cui un uomo continuava a vivere grazie alla fede e al ricordo della libertà. Per molto tempo il suo spazio vitale è stato un vero e proprio “buco”: una cella d’ isolamento ( 1,5m x 2,5m).

In mancanza di stimoli in condizioni come queste, il morale di un uomo ha vita breve e tutto ciò porta ad un analisi interiore  grazie alla quale trovare una fune a cui aggrapparsi per potersi risollevare.; per Pjetër questa fune fu la famiglia. Le lettere che si scambiava con la madre e con la sorella lo aiutavano a ricordare cosa di bello c’ era al di fuori di quelle mura. Anche la fede che veniva rafforzata ogni giorno gli fu utile.

In sé il libro si presenta crudo, spesso lo scrittore non risparmia nessun dettaglio al lettore, anche se fra parola e parola un leggero senso di ironia si presenta nella descrizione dei fatti. In alcuni capitoli però, la crudeltà espressa è davvero forte, come la dichiarazione da parte di una guardia delle carceri sui metodi di tortura. Su una lista di diciannove punti troviamo un po’ di tutto: scosse elettriche alle orecchie,eliminazione del cibo fino a provocare la morte, perforazioni del corpo con oggetti roventi o uso di esplosivi da legare ai corpi.  L’ accurata descrizione di ogni particolare serve a rendere perfettamente l’ idea di come si potesse vivere in quelle celle dove la dignità e il rispetto dell’uomo veniva meno,

Pjetër Filip Arbnori, L’arca della morte, a cura di Dario Fertilio, Firenze, 2018, Mauro Pagliai editore,€ 12,00.

 

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