Sappiamo ormai tutti come il COVID-19 e le misure restrittive imposte abbiano cambiato quasi completamente il nostro stile di vita, nel giro di qualche mese. Tutto ciò ci ha infatti inevitabilmente costretto ad adattarci a nuove regole e nuove abitudini, come il non poter uscire di casa secondo la propria volontà e il limitare al minimo le occasioni di contatto umano. Oltre che sull’aspetto scientifico strettamente legato al COVID inteso come virus potenzialmente trasmissibile, tutto ciò ha anche avuto conseguenze sul piano psicologico, e nella maggior parte dei casi in modo non positivo.

Se infatti per alcune persone il periodo di permanenza a casa ha rappresentato un’occasione per rilassarsi e anche per riflettere su se stessi, per molte altre ha avuto un effetto opposto. Ci sono in particolare 3 categorie di individui che hanno accusato maggiormente la reclusione: la popolazione in generale, gli operatori sanitari e i pazienti con patologie preesistenti

Partendo dal primo gruppo, che comprende tutte quelle persone già sane e per le quali il periodo di lockdown ha rappresentato una realtà del tutto nuova, sono stati riscontrati significativi aumenti di disturbi psicologici, più o meno gravi (casi di ansia, depressione, insomnia, paure generali e fobie).

Questi sintomi sono stati frutto dell’enorme stress psicofisico al quale siamo stati sottoposti ogni giorno, anche senza accorgercene. Le continue notizie riguardanti il virus, che riceviamo ogni giorno tramite social o TV, ci inducono a pensare costantemente solo a quello e, per quanto sia importante informarsi, se fatto in modo “eccessivo” potrebbe scatenare in noi una serie di paure. Di questo parla anche lo psicologo Roberto Ausilio che, nella sua guida per combattere il cosiddetto “corona-stress”, ci invita a focalizzarci su altro, e a ricavare le nostre conoscenze solo da fonti sicure.

Se lo stress è causato in buona parte dal panico per un virus nuovo, con il quale l’uomo non è mai entrato in contatto, e per questo non sa come comportarsi, anche le restrizioni imposte hanno portato non poche problematiche. Il fatto di non poter uscire di casa indipendentemente, sia per fare una passeggiata sia per andare a trovare i propri cari, ha costituito una sfida importante, che è stata affrontata da ciascuno in modo differente. Per continuare a mantenere i contatti, le telefonate e le videochiamate si sono rivelate risorse preziose, in particolare le chat video (che riducono il rischio di depressione) e le chiamate user-friendly (che hanno dimostrato di migliorare la funzionalità del cervello).

I sintomi che si sono presentati di più durante il periodo di isolamento sono stati: irritabilità (40%), agitazione (31%) , apatia (35%), ansia (29%) e depressione (25%). Anche il tasso di suicidio si è, purtroppo, molto innalzato (da inizio marzo i suicidi e tentativi di suicidio sono stati circa 200).

Da un esperimento condotto dalla società di ricerca “Open Evidence” è risultato che il 41% di italiani si trova a “rischio salute mentale”, mentre lo studio condotto dall’Università dell’Aquila in collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata (pubblicato per adesso solo sulla piattaforma MedRxiv) ha rivelato come su 18mila intervistati, il 37% abbiano presentato sintomi da stress post-traumatico. Per quanto riguarda i più giovani, il 65% dei bambini con meno di 6 anni e il 71% dei più grandi hanno manifestato problematiche comportamentali (secondo lo studio dell’Ospedale pediatrico Gaslini di Genova). Sono stati effettuati esperimenti simili e vari sondaggi, e tutti hanno registrato un impatto più o meno negativo sull’aspetto psicologico.

Sono comunque presenti delle variabili: la distanza del luogo di residenza da una zona rossa, il genere (le donne risultano più penalizzate rispetto agli uomini) ed eventuali difficoltà economiche, amplificate in questo periodo per molti imprenditori.

Per quanto riguarda la seconda categoria di persone, i medici, e più in generale gli operatori sanitari, sono stati esposti in misura maggiore a tutta quella serie di disturbi psicologici registrati. Questo deriva dal contatto quotidiano con pazienti affetti da COVID, o ambienti poco sicuri. Gli operatori sanitari italiani hanno inoltre dichiarato più volte di come si sentissero inadeguatamente supportati e generalmente invisibili, nonostante le misure precauzionali offerte dal Ministero della Salute.

Infine, l’ultima categoria comprende coloro che già prima dell’arrivo del COVID, presentavano altri disturbi. Come immaginabile, il COVID non ha affatto aiutato; sono stati particolarmente colpiti i soggetti che già soffrivano di forme di demenza e di ipocondria/disturbi ossessivo-compulsivi. Amalia Bruni, direttrice del Centro Regionale di Neurogenetica di Lamezia Terme (Catanzaro) e presidente delle SINdem, afferma: “In oltre un quarto dei casi, questa nuova condizione ha richiesto la modifica del trattamento farmacologico”. Aggiunge Anna Chiara Cagnin, neurologa e docente all’università di Padova: “ Gli effetti dell’isolamento indotto dal lockdown, con i cambiamenti della routine quotidiana e la riduzione degli stimoli emotivi, sociali e fisici hanno rappresentato un detonatore per l’incremento dei disturbi neuropsichiatrici tra questi pazienti. E’ il caso di considerare una riorganizzazione dei servizi assistenziali: con un monitoraggio e un supporto continuo per questi pazienti”.

A questo proposito, molti centri hanno attivato la possibilità di partecipare a videocorsi online e sedute con il proprio psicologo in videochiamata, sostituendo così gli incontri in presenza.

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