Esistono molte tecniche, che risalgono anche a migliaia di anni fa, che ci permettono di ricordare al meglio serie di informazioni. Ne è stata recentemente scoperta una utilizzata dagli aborigeni australiani, che sembra battere in efficacia le tecniche di memorizzazione già conosciute, superando il trucco del “Palazzo della Memoria”.

Molto famoso in Occidente, risale agli antichi greci e latini, ma oggi è ancora largamente diffuso e utilizzato soprattutto da studenti e studiosi, e da memorizzatori nelle gare mnemoniche. E’ Cicerone a fornirci nel suo “De Oratore” il nome dell’inventore, Simonide di Ceo. Il poeta lirico ebbe modo di applicarla nella vita reale quando, durante un banchetto presso il re tessalo Skopas, fu chiamato fuori; in quel momento il palazzo crollò e seppellì i commensali, rendendo impossibile l’identificazione a causa dei volti sfigurati. Grazie a questa tecnica, Simonide fu in grado di ricordare esattamente i posti di ciascuno. Anche il celebre Sherlock Holmes, nei racconti di Sir Arthur Conan Doyle, la impiega nelle sue indagini. Ma come funziona esattamente?

rappresentazione di Simonide assieme a due giovani, fuori dal palazzo che sta crollando

L’applicazione di questa tecnica è più semplice di quanto si pensi, perché si rifà alle abilità mnemoniche dei nostri antenati che, nella loro vita quotidiana, dovevano spesso memorizzare la strada verso casa, distinguere l’innocuo dal pericoloso,ecc…, sfruttando così le enormi potenzialità della memoria visiva e la memoria delle cose che già conoscevano. Basandosi su questi elementi, il “Palazzo della memoria” utilizza la visualizzazione di elementi per ricordare e organizzare le informazioni, coinvolgendo in questo processo il lobo parietale, la corteccia retrospleniale e l’ippocampo posteriore destro del cervello. Attraverso la collocazione delle informazioni da ricordare all’interno di determinati “luoghi” a noi familiari, si viene a creare un percorso mentale che aiuta la memorizzazione, anche a lungo termine: per questo la tecnica viene anche denominata “dei loci” (da locus= luogo in latino) e ancora oggi nei nostri discorsi capita di dire “In primo luogo, in secondo luogo…”. La sua efficacia veniva largamente sfruttata dagli oratori antichi, come Cicerone, che la riteneva indispensabile per l’ars oratoria: questo ci spiega come fosse possibile sostenere discorsi anche molto lunghi, contando solo su semplici appunti!

Nonostante la sua indiscussa validità, sembra che la tecnica dei loci stia passando in secondo piano rispetto a quella degli aborigeni, che appare ancora più funzionale. I nativi australiani fanno parte della più antica cultura vivente sulla Terra e per ben oltre 60.000 anni, non disponendo della scrittura, hanno tramandato le loro storie e conoscenze di generazione in generazione attraverso canti e racconti, contando solo sulla tradizione orale. Come metodo di memorizzazione, è simile a quello dei loci in quanto anche gli aborigeni impiegavano lo spazio, ma in particolare si rifacevano agli elementi del panorama naturale circostante, collegando inoltre a canzoni, danze e storie (tramandate o inventate sul momento) le informazioni da ricordare, spesso vitali, riguardanti fonti di cibo, costruzione di strumenti, le stagioni, l’orientamento.

Per testare la validità del metodo nel mondo odierno, 76 studenti universitari di medicina sono stati divisi in 3 gruppi, a ciascuno dei quali è stato chiesto di memorizzare un elenco identico di 20 specie di farfalle. Al primo gruppo è stata insegnata la tecnica del palazzo della memoria, al secondo non è stata fornita alcuna indicazione, mentre il terzo è stato condotto all’aperto da un esperto educatore indigeno australiano che ha associato attraverso degli aneddoti i nomi delle specie di farfalle a caratteristiche visibili come un fiore o una roccia, che si trovavano all’interno del campus. Dopo aver fatto provare a tutti gli studenti a ricordare la lista prima senza alcun tipo di insegnamento, poi dividendoli nei 3 gruppi, sono stati raccolti i dati. Gli studenti del secondo gruppo avevano mostrato progressi, ma non significativi; quelli del primo dimostravano una capacità di ricordare correttamente tutta la lista due volte superiore rispetto al primo tentativo, quelli che avevano impiegato la tecnica degli aborigeni invece ben tre volte superiore. I risultati registrati dal terzo gruppo sono stati quindi quelli migliori, e gli studenti che ne hanno preso parte hanno anche valutato il metodo piacevole ed interessante. L’effetto sulla memoria, tuttavia, non è a lunga durata: 6 settimane dopo, è stato chiesto agli studenti di ricordare la lista di specie, e il gruppo “Palazzo della Memoria” ricordava di più rispetto al terzo, il che significa che la tecnica aborigena è estremamente utile, ma solo se praticata nel tempo con dedizione.

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