Xenobot: non sono animali, anche se sono fatti di cellule eucariote, ma non sono nemmeno robot, anche se sono assemblati in laboratorio, però sono vivi. Come si definisce infatti la vita? Un essere vivente è ciò che è capace di: riprodursi, reagire agli stimoli esterni, crescere, conservare e reintegrare la propria forma; e da ormai un mese anche degli esseri artificiali si possono ufficialmente fregiare del titolo di essere vivente.

È questa la vertiginosa realtà che ci viene rivelata dagli “Xenobot”: robot biologici dalle dimensioni inferiori al millimetro nati dalla collaborazione dell’Università del Vermont, la Tufts, e l’Istituto Wyss di Harvard, i cui primi esemplari erano già stati composti l’anno scorso ed, a inizio dicembre 2021, sono arrivati ad ottenere ufficialmente la capacità di riprodursi.

xenobot liberi su una piastra di Petri mentre raccolgono cellule staminali

Gli Xenobot sono stati costruiti a partire da cellule staminali, epiteliali (prelevate dalla cute) e muscolari (prelevate dal cuore) estratte da degli esemplari ancora embrionali di Xenopus Laevis, altresì noto con il nome comune di rana artigliata africana, appartenente alla famiglia Pipide autoctona dell’Africa Australe.

Il primo elemento innovativo è la creazione di un organismo senza alcun modello proveniente dall’anatomia del mondo animale o vegetale: la struttura costruita tramite un fine lavoro di microchirurgia è completamente artificiale. È stato infatti il supercomputer Deep Green dell’Università del Vermont che ha ideato centinaia di possibili strutture per questi “bio-robot” e le ha testate tramite simulazioni per arrivare ad approvare la struttura a “C” adottata dagli Xenobot 3.0, che a molti ha ricordato Pac-Man, celebre personaggio del mondo videoludico. Questa particolare forma ha la caratteristica di favorire la riproduzione degli Xenobot. Ma non si deve pensare né a una riproduzione sessuata né tantomeno a una scissione che dia vita a due esemplari distinti: Xenobot si riproduce con un meccanismo noto agli scienziati ma mai osservato in sistemi multicellulari, la replicazione cinetica.

xenobot circolare viene modificato tramite un’operazione di microchirurgia

Quando uno Xenobot già formato viene inserito in un ambiente ricco di cellule staminali di Xenopus Laevis, questo inizierà a muoversi, raccogliere e trasportare nella propria concavità le cellule sparse. Quando questo raggruppamento inizia ad avere una certa massa, corrispondente a circa cinquanta cellule, questa prole inizierà a sviluppare delle ciglia (organelli corti e sottili presenti sulla membrana di certe cellule) che le permettono di iniziare a muoversi autonomamente, a crescere fino al raggiungimento delle 4’000/6’000 cellule che compongono uno Xenobot completo e a iniziare la produzione di una loro prole. I primi modelli di Xenobot di forma circolare non riuscivano a formare più di una generazione di figli, mentre con l’introduzione della nuova struttura riescono ad arrivare a produrre quattro generazioni di “figli”. Tuttavia è opportuno sottolineare che le semplici cellule sparse non hanno dato autonomamente vita a nessun organismo più complesso, c’è sempre stato bisogno che almeno il primo esemplare sia stato costruito dall’uomo.

xenobot 3.0 nelle fasi conclusive della replicazione cinetica

Un’altra loro caratteristica straordinaria, oltre a sapersi muovere in modo coerente nell’ambiente esterno in cui sono immersi, è l’abilità di rigenerarsi: quando un esemplare viene danneggiato o mutilato tende ad auto-ripararsi spontaneamente.

Se da una parte gli scienziati sono entusiasti non solo per la scoperta in se, ma anche per le possibili applicazioni che essa può avere, come ad esempio la raccolta di microplastiche, l’individuazione di materiali chimici nocivi, la rimozione di placche arteriosclerotiche dai vasi sanguigni oppure per studiare le interazioni tra cellule; dall’altra parte non si può che restare atterriti davanti a notizie simili, dato che già da tempo le case cinematografiche ci hanno abituati ad ogni possibile scenario apocalittico. Ma non saranno di certo i nostri timori a fermare la febbrile corsa della scienza e non ci resta che aspettare le prossime scoperte ed applicazioni sperando che queste prima o poi non ci portino a dover temere per la nostra incolumità.

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