I defunti sono tutti solari

 Non so se avete fatto caso ma da qualche anno a questa parte l’aggettivo solare, usato in contesti non astronomici, è divenuto di gran moda. Tale moda, però, sembra riguardare quasi esclusivamente un solo ambito, quello dei commenti che seguono alla dipartita di un qualsiasi individuo. Non importa che la dipartita sia avvenuta a causa di una malattia, di un incidente, di un attentato e non sono importanti neppure le caratteristiche dell’individuo, chi fosse, cosa facesse. Invariabilmente, ineluttabilmente, necessariamente, lei/lui era solare, laddove, per quanto se ne può capire, l’aggettivo designa una personalità gioviale, aperta, disponibile, vitale, etc. E’ mai possibile? Non ci sono più personalità riservate, chiuse, dure, scostanti? Qualcuno dirà: “ Ma di cosa ti stupisci? Quando si muore diventiamo tutti bravissimi, persone eccellenti, etc, etc. E’ sempre stato così” Esatto. Tuttavia, ciò che dovrebbe attrarre la nostra attenzione, nella fattispecie,  non è l’elogio post mortem come tale ma la sua particolare natura. Mentre sino a non molti anni fa, i commenti in materia privilegiavano espressioni quali” Padre premuroso…., madre generosa…, grande professionista…, lavoratore instancabile….” ora si mette l’accento su questa solarità, dando ad intendere che essa sia una caratteristica fondamentale, in assenza della quale il defunto/defunta non farebbe proprio una grande figura. Chissà, forse sarà stato anche un deficiente, sembra essere il sottinteso, il fatto, però, che fosse solare lo riscatta pienamente agli occhi dei commentatori di eventi luttuosi. E’ probabile, inoltre, che l’uso di tale vocabolo si accentui quando i commenti sono di dominio pubblico, ovvero se si viene intervistati, se si scrive in uno dei social media. In quei casi, a meno che il defunto/a non fossero dei criminali di provata fama, lui/lei divengono naturaliter solari. Al riparo delle telecamere, dei telefoni, invece, chissà che commenti truci, che espressioni irriferibili.  E’ troppo. Non sarebbe il caso di variare? Potremmo cercare di promuovere l’uso di ombroso, che di questi tempi, con le estati sempre più torride, sembra davvero una caratteristica preferibile. Immaginate il commento ai funerali” Era così ombroso…Davvero un piacere stare con lui! Ti metteva a tuo agio con quel suo distacco così elegante, così fresco!”

 

E se la faccia non ce la mettessimo?

 

Ci mette la faccia! Ci metterà la faccia!Ci metto la faccia! Deve metterci la faccia!” Non c’è scampo: viviamo in tempi nei quali è doveroso “metterci la faccia”, a prescindere da come essa appaia. Se la dichiarazione appartiene a chi intende esporre coram populo il proprio grugno, essa è carica d’orgoglio, quasi a dire “io sono in grado di farlo e voi?” Se invece trattasi di imperativo, acquista un tono intimidatorio, quasi a dire “non vorrai fare a meno di metterci la faccia!”. Il bello, si fa per dire, che tutto ciò si verifica nel “paese dei selfie”, ovvero laddove sembra che tutti, o quasi, ardano dalla voglia di “metterci la faccia” in senso stretto e di condividerla con migliaia di altri possessori di facce, dando luogo,  se ci passate l’espressione, ad un reciproco rinfacciarsi che virtualmente non ha fine. Centinaia di persone munite di un asticella, in cima alla quale è collocato il cellulare, che immortala, diffonde, custodisce un patrimonio di facce. Stando così la cose, che bisogno c’è di richiamare qualcuno al dovere imprescrittibile di “metterci la faccia”? Lo fanno spontaneamente, anzi non sanno fare altro. Sarà, forse, arrivato il momento di iniziare una campagna di dissuasione, nella forma della “pubblicità progresso”. Il video porrebbe essere così fatto: lo schermo nero e una voce profonda, calma, rassicurante, che dice:” Ricorda! Hai un solo volto. Difendilo dal vampirismo iconico del cyberbullismo !” Segue una valanga di facce che precipitano in un pozzo, mentre risuona una risata folle e inizia la colonna sonora di Profondo rosso, l’immortale thriller di Dario Argento .

L’onnipresente tipo

 Ogni epoca ha le sue parole chiave, le sue espressioni tipiche, e anche la nostra non fa eccezione. Siamo pronti a scommetterlo: fra cinquant’anni gli storici del costume affermeranno con sicurezza che una delle parole-chiave del primo ventennio del XXI secolo è stata tipo. Non sapremmo dire con precisione quando essa abbia fatto ingresso nel nostro eloquio: forse vent’anni fa, forse meno. Ad ogni buon conto, in men che non si dica è arrivata ad occupare un posto insostituibile nel nostro lessico, pardon, nel lessico giovanile. La precisazione è d’obbligo: tipo è parola tipica, è il caso di dire,  della tribù giovanile, come nevvero lo era delle persone anziane colte una quarantina d’anni fa. Non disponiamo di dati statistici ma anche in questo caso siamo propensi a scommettere che nella fascia d’età 15-30 il vocabolo in questione è presente almeno nell’80 % delle frasi. Non vale la pena di chiedersi quale sia il suo significato, qualora decidessimo di consultare un dizionario, e neppure se tale parola venga usata in modo appropriato. Con le parole-chiave tali verifiche non hanno alcun senso. Esse acquisiscono lo status di parola-chiave divenendo dei tic, ovvero essendo presenti nei nostri discorsi in modo compulsivo, patologico, in una forma del tutto indipendente, ormai, dalla volontà del parlante.  Ad un certo punto, chissà quando,  è divenuta virale, altra parola-chiave d’oggidì, e nessuno è stato in grado di arrestare la sua avanzata. Chi non la usa mai, o assai di rado, ovvero gli appartenenti alla tribù degli over 50, ascolta attonito certi dialoghi, nei quali tipo la fa da padrone, domandandosi se per caso non sia nata una nuova lingua e nessuno ha avuto la decenza di avvertirci. Chi la usa a piene mani, senza risparmio, non si ascolta, non è consapevole, effetto per certi versi inevitabile. Eppure sarebbe divertente e istruttivo sottoporre gli utilizzatori compulsivi del vocabolo in questione ad un trattamento eseguito a scopo sperimentale: venga convocato in un aula video un campione “tarato” di venti giovani appartenenti alla fascia d’età 15-30- campione “tarato” in statistica vuol dire, all’incirca, che esso deve riflettere in piccolo le caratteristiche dell’intera classe d’età: proporzione fra uomini e donne, provenienza geografica, cultura, etc, etc. Si tratterà, però, di persone che sono state incentivate ad aderire all’esperimento, con promesse del tipo: “Se partecipi di daremo una cassa di birra doppio malto; oppure due chili di tabacco con relative cartine per le sigarette; oppure 50 litri di benzina; oppure venti paia di jeans strappati…”Il gruppo dovrà assistere per novanta minuti alla proiezione di un cortometraggio, potremmo chiamarlo così, nel quale c’è una sola persona che parla a telefono con frasi del seguente tenore:” Cioè tipo che poi quando Luisa è venuta da noi e io tipo che mi ero fatto un film ma non era così, insomma la Luisa si è messa tipo a fare la stronza e tu lo sai che allora tipo io non ce la faccio e va bene, lo so, sì, sì, ma non era meglio che tipo io me andavo? Ma no! E’ andata tipo che ci siamo rotti…” Alla proiezione sarà presente un medico e nessuno potrà lasciare la sala prima che siano trascorsi i novanta minuti. Non sarà consentita nessuna reazione irata, del tipo: “Basta!”. Alla fine della proiezione tutti i membri del campione dovranno riempire un questionario, riguardante il contenuto del cortometraggio, composto da venti domande con risposte a scelta multipla. Inoltre i presenti dovranno  impegnarsi a leggere per intero, entro e non oltre venti giorni, il romanzo di Carlo Emilio Gadda Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana, sulla lettura del quale saranno obbligati a scrivere un testo di commento composto da non meno di 5000 battute. Vedremo il tipo di risultato.

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