Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando: “The Binding of Isaac” è un gioco Roguelike sviluppato nel 2011 dalla mente di Edmund McMillen, che verrà poi aiutato dalla compagnia videoludica Nicalis per produrne la versione definitiva Rebirth, con le relative espansioni Afterbirth e Afterbirth+. Il gioco, essendo un Roguelike con elementi che rendono il gameplay più veloce, si compone di una struttura a più piani, dove il giocatore dovrà trovare oggetti che gli permetteranno di aumentare le sue statistiche per poter affrontare nemici man mano più forti, facendo anche scelte azzardate che potrebbero portarlo alla sconfitta o a grossi premi: solo che, una volta consumata l’ultima vita, la partita sarà azzerata, e bisognerà ricominciarla da capo. In questo articolo vedremo come un nostro redattore si è confrontato con una delle sfide più difficili del gioco: Sconfiggere Delirium – il boss più resistente del gioco – con The Lost – il personaggio più fragile che ci sia, dato che, al secondo colpo subito in una stanza, sarà subito game over -. Fatte queste premesse, godetevi la narrazione, specialmente se siete appassionati del gioco!

Obbiettivo: Boss Rush. La mia precedente partita mi aveva portato da Hush e Satana, ma la Dark Room aveva avuto la meglio su di me. E per quanto l’achievement legato alla sconfitta di The Lamb fosse interessante, mi ero incaponito sull’ottenimento del D100. Non che lo considerassi un oggetto particolarmente utile, ma visto che la Boss Rush aveva già avuto due volte la meglio su di me, non potevo fargliela passare liscia. Riuscii anche a trovare il coltello di mamma, il quale mi avrebbe sicuramente aiutato a sconfiggere velocemente i boss di quella maledetta stanza. La fortuna mi arrise anche senza che me ne accorgessi, dato che, solo al terzo piano, conseguì la trasformazione Conjoined. Tre coltelli di mamma per un danno a contatto triplo. Cominciava a esserci una speranza. Anche se ciò che svoltò davvero la partita avvenne nella stanza iniziale del quarto piano.

Vi era una Cursed room adiacente a questa stanza. Sebbene fossi cosciente che ci sarei potuto entrare senza problemi grazie a Holy mantle, il ricordo di un ragno che mi aveva ucciso al suo interno in una partita precedente mi fece esitare non poco. Tuttavia, strategicamente parlando, sapevo perfettamente che sarebbe stato più saggio entrarci. Queste stanze possono contenere scrigni rossi con pezzi di Guppy al suo interno. E trasformarsi nell’amato gattino del protagonista sarebbe un bonus non indifferente. Se fossi stato davvero fortunato avrei anche potuto trovare il Dead cat, uno dei migliori oggetti per un personaggio così fragile come The Lost, dato che mi avrebbe permesso di sbagliare ben nove volte. “In fondo, se l’ultima volta ho perso, la colpa non è dell’RNG (Random Number Generator), ma mia, che non sono riuscito a gestire bene quella stanza” pensai. Quindi entrai, pronto a trovarmi davanti qualsiasi nemico. La stanza era vuota, se non per un singolo scrigno rosso al centro. Mi avvicinai. Lo aprii. il Dead cat apparve. Ora non avevo più scuse, era davvero tutto in mano mia.

Ebbi anche la fortuna, al sesto piano, di trovare una libreria con cinque libri diversi. Oltre a ottenere la trasformazione Bookworm, rimasi incerto sul prendere il Book of shadows. Dopotutto, sebbene il rallentamento prodotto dall’Hourglass fosse solo temporaneo all’interno di una stanza, avrei potuto utilizzarlo quasi infinitamente nella Boss Rush, dato che le numerose orde mi avrebbero ricaricato l’oggetto. Ma visto che mancava meno di un minuto al raggiungimento dei venti minuti di gioco (necessari per accedere alla Boss Rush) e non avevo ancora trovato Mamma, probabilmente non sarei riuscito a farcela. Quindi optai per il Book of shadows, che mi garantiva un’invincibilità temporanea. E mai feci (quasi inconsciamente) una scelta più saggia.

I due piani successivi non furono tanto difficili. Nemmeno il Cuore di Mamma riuscì a tenermi testa, con la sinergia Book of shadows + Coltello di Mamma. Visto che Hush era già stato sconfitto e avevo preso il Negative, proseguii per la Sheol. Nonostante che Satana fosse riuscito a crearmi non pochi problemi a causa delle sue lacrime, per me ancora imprevedibili, ebbi nuovamente la meglio su di lui, e proseguii nella Dark Room. Non avevo la chiave degli angeli necessaria per poter accedere al combattimento contro Mega Satana, ma visto che avevo trovato Contract from below in un patto col diavolo, decisi di esplorare tutte le stanze del piano, nella speranza di trovare la Dad’s key in mezzo a tutti quegli scrigni duplicati. Ciò purtroppo non accadde, e persi due delle nove preziose vite che mi erano state donate dal Dead cat. Finalmente decisi di affrontare The Lamb (che riuscì comunque ad avere la meglio su di me una volta, sottraendomi un’ulteriore vita) e concludere una run che, sebbene mi avesse portato alla vittoria, poteva darmi di più, se solo avessi avuto più fortuna.

Non lo avessi mai pensato. The Lamb fu sconfitto, ma il gioco decise di prendersi gioco di me. Mi sembrava quasi che l’RNG stesse cercando di dirmi qualcosa, come un lieve sussurro che mi pervase entrambe le orecchie: “Sei arrivato fin qui, nonostante tutto… ti senti dunque appagato, ora che hai portato a termine una partita col personaggio più frustrante del gioco. Ma sai una cosa? Non lascerò che finisca tutto così facilmente. Ti farò vedere, di cosa sono realmente capace.”

Davanti allo scrigno che segnava la fine della partita, apparve il portale per il Void. Il gioco mi aveva messo di fronte a una terribile scelta. O finire la run e portare avanti la winstreak, o andare verso morte certa e provare ad affrontare quel boss. Con il cuore in gola e la coscienza che non sarei tornato vivo da quel terribile piano, mi avvicinai al portale, pensando: “sarà comunque un modo per vedere come The Lost può approcciarsi al boss più temibile del gioco”. Vi entrai.

Ormai non si poteva più tornare indietro. Tuttavia, resomi conto del mio setup costituito da un danno a contatto triplo e un’invincibilità temporanea, mi posi un solo scopo: “Devo trovare algiz. Solo quella runa può darmi una speranza”. Esatto, ben trenta secondi di invincibilità forse potevano vincerlo. Potevano vincere l’incubo più grande che la mente di Isaac avesse mai partorito. Pertanto, sebbene il piano fosse enorme, decisi di esplorarlo per intero. Avevo anche ottenuto, nel corso della partita, il Sack of sacks, che sapevo essere in grado di donare sacchi con dentro rune, e forse fu proprio questo a incentivare l’esplorazione.

Niente da fare. Il piano era completato, ma di algiz nemmeno l’ombra. Solo qualche hagalaz e dagaz, che tuttavia erano superflue. Se non altro, i numerosi sacchi che avevo aperto nel corso del piano mi donarono qualche The Empress e un Huge Growth, che sapevo essere un potenziamento ai danni per nulla indifferente. Ma la speranza continuava a vivere dentro di me. C’erano ancora le stanze dei boss. Tutto poteva succedere. Quindi, un po’ per sfortuna e un po’ per strategia, finii con l’affrontare tutti i boss del piano. Tutti eccetto Lui. Sapevo perfettamente che così gli avrei donato ulteriori forme, ma con un personaggio come The Lost, qualsiasi tipo di potenziamento poteva cambiare la partita. Ed ero ancora fiducioso che l’RNG fosse così gentile da donarmi algiz, anche se alla fine mi ritrovai con un pugno di mosche. Ironicamente, tra i tanti boss che dovetti affrontare c’era anche The Lamb, che stavolta però non ebbe la meglio su di me nemmeno una volta.

Il dado ormai era tratto. C’eravamo solo io e Lui. La mia strategia era la seguente: dal momento che mi rimanevano solo sei vite, avrei sfruttato le prime cinque per studiare il modo migliore in cui affrontarlo, utilizzando, quando possibile, alcune carte che avevo trovato in giro per il piano per potenziarmi una volta entrato nell’ultima stanza. Solo con l’ultima possibilità mi sarei portato dietro Huge Growth, l’unico consumabile che avrebbe potuto davvero cambiare la partita. Avevo anche accumulato abbastanza batterie da poter ricaricare sempre il Book of shadows in caso di sconfitta. Le stanze segrete le avevo già trovate, non c’era veramente nessun altro posto in cui andare. “Fight!” esclamai, e mi avventurai in quella terribile stanza. Quasi sussultai una volta vista a schermo intero l’immagine che, come di consueto, si presenta all’inizio di una battaglia boss. A sinistra, la piccola anima dell’infelice bambino piangeva come di consueto, riportando sopra di sé il nome The Lost; al centro, due semplici lettere, “vs”, stavano ad indicare l’ostilità tra me e l’ultimo nemico; e infine, a destra, eccolo. Il suo sguardo indemoniato, che guardava verso il nulla; la bocca spalancata, come se avesse un desiderio irrefrenabile di divorare ogni cosa che gli stesse intorno; pezzi del suo stesso tessuto cercavano di bloccarlo, come quelli che si allungavano dal labbro inferiore a quello superiore. A prima vista potrebbe ricordare un maniaco nel bel mezzo della sua follia, ma ciò che avevo davanti era molto peggio. Sopra a questa raccapricciante figura, il suo nome lo presentava: Delirium. La sua soundtrack ebbe inizio. Tutti quegli strumenti messi insieme producevano un effetto macabro ma allo stesso tempo accattivante, come se il gioco stesso cercasse di dirmi che, per quanto potesse essere divertente, alla fine ci sarebbe stato un solo vincitore: e quello non sarei stato io. Il bestione si trovava al centro della stanza, già intento a scagliarmi contro le sue lacrime, che ondeggiavano circolarmente intorno a lui. Per quanto riuscii a tenergli inizialmente testa e a togliergli circa un quarto di HP (Health Points), mi resi conto di una cosa: Il coltello di mamma faceva davvero troppo poco male. E’ vero che un danno a contatto è sempre maggiore di quello di una raffica di lacrime, ma dovendogli stare sempre molto lontano a causa delle sue imprevedibili offensive, il coltello non riusciva a far altro che sfiorarlo. Sembrava quasi che gli stessi lanciando addosso delle freccette, invece che coltelli. Anche utilizzando l’invincibilità temporanea non riuscivo a spaventarlo: la velocità con cui si trasformava non mi permetteva di avvicinarmi per tempi prolungati, che erano invece essenziali avendo a disposizione solo dieci secondi. Non riuscii ad avere la meglio, e una lacrima di troppo mi mandò KO.

Mancavano cinque vite. Ricaricato il Book of shadows, presi una carta The Empress per garantirmi un po’ di danno in più, e rientrai. Il modo in cui mi uccise fu molto vile, dato che il pestone di Mamma mi colse di sorpresa, cosa che accade spesso ai giocatori che lo combattono. Anche la volta seguente la situazione non migliorò: gli occhi che Delirium aveva creato trasformandosi in It Lives mi colpirono da lontano, fuori dallo schermo, e fui incapace di schivarli. Che rabbia! Che ingiustizia!

Ora le vite erano tre. Decisi di non prendere nessuna carta stavolta, essendomene rimaste solo due. Questa terzultima vita l’avrei sfruttata a pieno per comprendere al meglio le mie capacità, lo giurai. “Eppure ho un triplo coltello di mamma che, in potenza, può fare danni ingenti a qualsiasi boss, anche a Delirium, maledizione!” pensai. Tuttavia, nemmeno così riuscivo a danneggiarlo. Stavo sbagliando qualcosa, forse? La rapidità con cui si trasformava e si teletrasportava non mi permetteva di stargli vicino troppo a lungo, quindi non potevo sfruttare al massimo il famoso coltello, così ben accoppiato col mio scudo temporaneo. Davvero non esiste modo? Mentre ero intento a ragionare, non mi accorsi che mi teneva in pugno, e così mi portò a un’ulteriore sconfitta.

Due vite. Due possibilità rimaste. Due opportunità di completare una delle sfide più difficili del gioco (per non dire la più difficile). The Empress alla mano e Book of shadows pronto all’utilizzo. Entrai nuovamente, stavolta infuriato. Cercai continuamente di tenermi lontano da lui per non farmi colpire. “Dovesse durare un’ora, in questo combattimento vincerò io!” dissi tra me e me. Ma sapevo che era una strategia sciocca. Con tutti i proiettili nemici che vagavano sullo schermo, era davvero improbabile che non mi colpisse. E infatti The Lost lampeggiò. Era segno che l’Holy mantle, unico oggetto che da’ ai giocatori un po’ di sicurezza in più quando si tenta di portare a termine una partita con quel maledetto personaggio, aveva esaurito il suo effetto. Un solo colpo mi avrebbe portato alla sconfitta. Non mi ero nemmeno reso conto di non aver attivato la carta, cosa che rimediai all’istante. Ormai la sconfitta sarebbe stata imminente, e decisi di utilizzare nuovamente il mio libro per proteggermi dieci secondi in più, sperando di fargli più danno a contatto possibile. Ma in quel momento, a differenza dei miei tentativi precedenti, accadde qualcosa. Qualcosa di inaspettato. Delirium assunse la sua vera forma, proprio davanti a me. Era grande, grosso, spaventoso, pericoloso e fragile. Le sue lacrime non mi intimidivano, avendo lo scudo attivo, perciò mi scagliai verso di lui senza esitazioni. Premendo continuamente il pulsante d’attacco riuscivo a triplicare il mio danno perpetuo addosso alla mia nemesi, e ciò che vidi mi lasciò – letteralmente – senza fiato. I suoi 10.000 punti vita, così temuti da qualsiasi giocatore, scendevano a vista d’occhio. A occhi e croce gli avrò tolto mille HP al secondo. Allora capii. “Ma certo! A seconda di quanta vita gli è rimasta la sua velocità di movimento e trasformazione varia, ma solo quando assume una forma che non gli appartiene! Quando assume le sue reali sembianze le mantiene per un periodo di tempo ben definito, e molto più longevo rispetto a quello di quando si camuffa in uno degli altri boss!” Esclamai, sicuro di averlo in pugno. O almeno, così sembrava. Sebbene dieci secondi mi sarebbero bastati a sconfiggerlo, un suo singolo teletrasporto me ne fece perdere ben due. Considerando che nel raggiungerlo – una volta attivato il Book of shadows – ne persi anche un altro, la vita che gli rimase una volta che io tornai vulnerabile fu poca, ma abbastanza da farlo essere ancora un nemico terribile. Ciò nonostante, i suoi HP erano sotto i tre quarti. Ma una trasformazione in Gurdy Jr. gli fu sufficiente a travolgermi con un impeto tale che non fui capace di schivarlo. L’anima del piccolo bimbo volò nell’alto dei cieli ancora una volta, per poi riapparire fuori dalla stanza sollevando il gatto morto in segno di gratitudine. “Dannazione!” gridai, vinto da una rabbia e una frustrazione oppressive.

Mentre controllavo il telefono accertandomi che non ci fossero notifiche di alcun tipo, sollevai il bicchiere ricolmo d’acqua verso il labbro inferiore, facendola scorrere lentamente lungo la gola. Una volta terminata la bevuta e bloccato il telefono, mi lasciai andare sul divano, facendo anche sobbalzare il portatile. Sollevai lo schermo e imbracciai il controller, per l’ultima, decisiva, volta. “Se The Empress, con quei soli tre punti di danno in più, mi ha fatto arrivare fin dove sono arrivato, con i dieci punti garantiti da Huge Growth, nemmeno Delirium potrà fare a meno di soccombere. Lo costringerò a piegarsi di fronte al mio coltello. Anzi, i miei coltelli” constatai con decisione. Il libro delle ombre era carico. Avevo la carta in mano. Non c’erano più seconde chance, questa era la mia ultima vita. Qui si giocava il destino della partita. “Ready, Steady… GO!!!” e mi fiondai nella porta.

Come prima cosa, attivai subito Huge Growth, ricordandomi dell’errore del mio ultimo tentativo. La mia nemesi non si smentì nemmeno questa volta, e cominciò a bersagliarmi di lacrime. Tuttavia, dopo i numerosi scontri che mi avevano visto perdente poc’anzi, avevo imparato a muovermi. Nessun tipo di traiettoria mi era sconosciuta. Ma Delirium fu meschino. Una volta trasformatosi in The Husk con un movimento che andava verso la parte destra dello schermo, si ritrasformò in Little haunt alla mia sinistra, sorprendendomi con un anello di lacrime, troppo vicino e troppo veloce per essere schivato. Holy mantle mi aveva abbandonato per l’ultima, fatale, volta. Ma il mio sangue freddo non mi abbandonò. Con la concentrazione alle stelle, continuai a resistere ai suoi attacchi, schivandoli uno ad uno. Finalmente commise un errore. Assunse la sua vera forma. Fu allora che, senza nemmeno pensarci, mi scagliai verso di lui attivando il Book of shadows e con i coltelli alla mano. Gli avevo già tolto un quinto dei suoi punti vita durante lo scontro, ma solo adesso cominciava il bello. Con ben venticinque punti di danno triplicati che gli infliggevo standogli vicino, la sua vita si abbassò con la stessa velocità con cui avevo sgolato il bicchiere d’acqua poco fa. “E’ fatta! Muori!” Gridai. Ma sentendosi sull’orlo della sconfitta, il boss decise di giocarmi il suo ultimo, sporco, asso nella manica: l’RNG. Solo così mi spiego come fece a teletrasportarsi lontano da me un momento prima di morire. La barra rossa che stava in fondo allo schermo si era consumata per più del 99%, ma non del tutto. Gli era rimasto – perdonatemi l’espressione – uno sputo di vita. Ripensandoci ora, posso solo pensare che fosse una cifra misera come trecento HP. “No! Questo non posso accettarlo! Non finirà così!” Gridai col fiato rimastomi in gola. Ancora una volta, ebbi la sensazione che mi avesse sentito. Mi trovavo nell’angolo in alto a destra della stanza, con Delirium alla mia sinistra, poco sotto di me, a breve distanza. “Questo scenario… è lo stesso di prima!” constatai mio malgrado. E infatti, Delirium assunse le sembianze di Gurdy Jr.. Mi stava puntando. Era finita. Ciò nonostante, caricai in un ultimo, disperato tentativo, il coltello, direzionandolo verso sinistra. Era troppo tardi anche per lui. La carica di Gurdy Jr. aveva già avuto inizio, e non si sarebbe fermata prima di aver impattato contro di me. Ma tra noi due vi era il coltello. Il boss non poté fare a meno di passarci attraverso per raggiungermi. Lo schermo si fece buio, poi assunse nuovamente il suo normale stato ma in bianco e nero. Un grido di dolore si levò dalla stanza del gioco. Lo schermo si fece di nuovo nero, poi di nuovo normale, mutando ogni volta il layout della stanza, con delle interferenze tra un passaggio e l’altro. Le grida si facevano man mano più intense, e con frequenza sempre maggiore. Ciò significava solo una cosa. Avevo vinto! Il gigantesco faccione bianco, con uno sguardo pietoso e sofferente, esplose definitivamente, come colpevole delle sue azioni, lasciandosi dietro solo il ricordo di sé. Entrai nella cassa che si pose al centro della stanza, segnando la fine di quella assurda ma vittoriosa partita, conscio di essere capace, oramai, di fare qualsiasi cosa.

 

Piccola postfazione: so bene che anche Keeper come difficoltà non scherza, ma intanto, lasciatemi godere di questa vittoria. Spero di aver ispirato quelli di voi a cui l’RNG non ha ancora arriso!