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Furono 55 angosciosi giorni di prigionia quelli passati da Aldo Moro prima di morire il 9 maggio 1978 a Roma. Il rapimento fu attuato dalle Brigate Rosse con lo scopo di trattare con lo Stato; non ottennero nulla e pertanto uccisero ferocemente l’onorevole Moro con ben 10 colpi di arma da fuoco. Nello stesso giorno, a Cinisi la mafia aveva messo in atto l’attentato rivolto a Peppino Impastato, il primo a ribellarsi non solo al sistema criminale ma alla sua stessa famiglia (aveva infatti interrotto ogni tipo di rapporto col padre).

Per spazzare via il dolore, la rabbia e lo stupore di quella maledetta giornata del 9 maggio si potrebbe pensare di porla nell’oblio, di non pensarci più. Eppure non ci sarebbe nulla di più sbagliato. Dimenticare i subdoli atti mafiosi sarebbe come ammettere che con la violenza e con la meschinità si possa ottenere di più che con l’onestà e la caparbietà. Per non essere mai sottomessi a questa condizione il Parlamento Italiano nel 2007 ha scelto il 9 maggio come la data per ricordare tutte le vittime del terrorismo e delle stragi, i caduti degli anni “di piombo”.

Quest’anno a presenziare all’evento tenutosi alla Camera dei Deputati, erano presenti: il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il Presidente della Camera, Roberto Fico, il Presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, il sindaco di Roma, Virginia Raggi, il vicepremier Luigi Di Maio e il Presidente della Regione Nicola Zingaretti.

A presentare e coordinare gli interventi un giornalista del tg1, Alessio Zucchini mentre a iniziare la commemorazione lo scrittore Carlo Lucarelli, il quale ha rievocato la strage di piazza Fontana, ma soffermandosi soprattutto su quelle di Savona tra il 1974 e il 1975. In quegli anni ci furono degli attentati di matrice ignota in cui vennero fatte esplodere 12 bombe (una al mese) che provocarono un morto, venti feriti e danni a edifici pubblici. Lucarelli fa notare che questi attentati diffusero terrore tra i cittadini per un intero anno. Non era più possibile passeggiare per la città di Savona senza rischiare di essere lanciati in aria da una bomba.

A seguire Carlo Lucarelli è stato il presidente dell’Associazione familiari delle vittime di piazza Fontana, Carlo Arnoldi il quale ricordando i cinquant’anni dalla strage si è espresso dicendo «Ricordo con dolore ma con orgoglio il giorno dei funerali, 300 mila milanesi riempivano piazza Duomo con silenzio, senza bandiera e striscioni, solo silenzio, ricordo i nostri passi mentre accompagnavamo i nostri cari e quel silenzio fu la prima risposta. Dopo aver partecipato ai processi abbiamo subito un ultimo pesantissimo colpo, il 3 maggio 2005 la Cassazione assolveva gli imputati e ci condannava a pagare anche le spese processuali, per noi familiari fu una mazzata terribile. Oltre al danno la beffa, ma non ci siamo fermati, dal 3 maggio 2005 ci siamo tolti l’abito di vittime e abbiamo indossato quello di testimoni per far conoscere ai giovani la verità storica di piazza Fontana. Siamo stanchi di sentire che non si sa chi sia stato, si sa tutto. Un Paese che non ha memoria è un Paese che non ha futuro».

In Aula ha preso la parola anche la giornalista Benedetta Tobagi, figlia minore di Walter Tobagi, assassinato dalla “Brigata XXVIII marzo” il 28 maggio 1980. La giovane donna ha manifestato che nonostante le associazioni sul genere delle Brigate Rosse fossero diffuse in tutto il mondo (Giappone, Stati Uniti, Germania, Francia), il paese in cui una organizzazione terroristica aveva più influenza era l’ Italia. Nel nostro paese infatti era tipico usare la violenza contro i nemici politici arrivando perfino a ferire ed uccidere per raggiungere i propri obiettivi. Citando una frase di suo padre, Benedetta Tobagi definisce le azione delle Brigate Rosse così:”Vogliono i morti per sembrare vivi”.

A commemorare il ventennale dell’omicidio dell’economista Massimo D’Antona è stata la vedova, Olga D’Antona, raccontando il giorno in cui il marito morì: « Il 20 maggio del 1999 In una mattina come tante, Massimo, portando con sè un grosso peso di libri scomparve dietro le porte dell’ascensore. Non lo vidi più. Scese in strada  e un commando delle Brigate Rosse gli sparò contro cinque colpi di pistola, le tre ferite alle braccia fecero intuire un disperato tentativo di proteggersi, gli ultimi due colpi furono fatali. Ho potuto guardare in faccia gli assassini di mio marito qualche anno dopo, la sensazione che ho provato nel constatare l’irragionevolezza delle loro argomentazioni, era che non fossero all’altezza del male che avevano procurato, pensai che avevano devastato la mia famiglia ma anche le loro vite. » Olga D’Antona ha concluso la sua testimonianza aggiungendo che « L’impegno dei familiari delle vittime del terrorismo è mirato a contrastare ogni forma di violenza, manifestazione di odio e ogni forma di razzismo. Il nostro impegno e’ mantenere la memoria, cosi’ cerchiamo di assolvere in nostro compito morale e civile. »

L’ intervento del presidente della Camera, Roberto Fico, ha concluso l’evento. Il presidente ha affermato che ogni strage, anche quella più vecchia non deve essere dimenticata e deve essere degna di giustizia:«La Repubblica ha il dovere di cercare la verità e la giustizia con determinazione senza esitazione, superando anche a distanza di decenni i depistaggi, le complicità, le omissioni poste in essere anche da parte di settori deviati dello Stato» spiegando che: «La prima e più importante risposta da dare è quella di fare piena luce sui troppi omicidi, stragi senza mandanti, moventi e colpevoli accertati e condannati». Ha inoltre aggiunto: «occorre comprendere come proseguire in questo percorso di verità e di trasparenza che è essenziale per lo Stato e per la salute della democrazia».

Il 9 maggio è quindi la data che insegna a coloro che di stragi ne hanno solo sentito parlare, che è necessario ricordare e non dimenticare mai la fermezza degli uomini, i quali davanti alla violenza e alla sottomissione si sono ribellati a costo di sacrificare la propria vita, tutto per “stare dalla parte giusta”. E proprio per sottolineare ulteriormente questo aspetto, la cerimonia si è conclusa con la premiazione del concorso “tracce di memoria”, riservato agli alunni della scuola primaria, secondaria inferiore e secondaria superiore: per quest’ultima, hanno vinto ex aequo L’istituto d’istruzione Superiore Don Milani di Rovereto (TN), L’istituto di Istruzione Secondaria De Nittis-Pascali di Bari e il Liceo Statale Virgilio di Milano. Una studentessa del Virgilo, Francesca Moneta, ha chiuso gli interventi con un discorso vibrante e molto applaudito: «La nostra ricerca ci ha permesso di studiare un periodo recente che non conoscevamo, ci ha sconvolto scoprire che in quelle strade, nei giardini, nelle piazze che noi percorriamo per andare a scuola o incontrare gli amici, qualche decennio fa si incontravano ragazzi come noi, per colpirsi violentemente e darsi la morte per contrasti ideologici che noi fatichiamo a comprendere »