“Se mi chiedessero una delle fondamentali differenze fra il giornalismo di ieri e quello di oggi io risponderei: “il pavimento”, si, proprio il pavimento”.

Quale è però il significato di quest’affermazione? “Quel pavimento fatto di carta straccia, fra chi lanciava i fogli e chi addirittura se li mangiava”. Ai tempi d’oro del giornalismo (cosi li chiama l’autore) si usava la macchina per scrivere, non il computer e così, ogni volta che si voleva cambiare qualcosa, si strappava il foglio e lo si buttava per terra, pronti per ricominciarne uno nuovo, fra il chiasso delle macchine e i direttori che lanciavano i posacenere.

Così vuole ricordare le redazioni del passato Giovanni Morandi, ex inviato speciale della nazione e scrittore di libri di successo come “La beffa di Modigliani”, nel suo nuovo libro “Il Giornale fatto coi piedi, storie di un inviato speciale” (Mauro Pagliai editore, pp.256, € 12,00). Il libro è stato presentato l’ 11 Luglio al caffè letterario Niccolini di Firenze alle ore 18:00, nell’ambito delle “Niccolitudini”. L’autore, insieme all’editore Antonio Pagliai (direttore e ideatore dell’evento), ci racconta le avventure, le sorprese e le “stranezze” della vita di un inviato speciale.

Con una genuina nostalgia l’autore ricorda di come un tempo i giornalisti partissero a “consumare le scarpe” piuttosto che consumare gli occhi per ore davanti ai computer. “Arrivavi a fine giornata stanco ma felice, ora vedo molte volte giornalisti che arrivano a fine giornata stanchi e frustrati”. Prima esisteva “il giornalista vecchio” colui che, dotato di grande esperienza la trasmetteva ai giovani così che imparassero il mestiere nel miglior modo possibile, ora questo compito viene lasciato all’internet che almeno in questo non è pero in grado di eguagliare il “giornalista maestro” del passato. Le redazioni sono quindi diventate più efficienti sì, ma meno “vive”.

L’autore ricorda un’ultima cosa nel mestiere dell’inviato speciale, la grande alleanza con l’imprevisto: “È divertente accorgersi di come il caso o il destino si divertano a muovere le pedine”. L’ex inviato speciale ne ha sicuramente vissute tante: dall’entrare in San Pietro armato per verificare la (pessima) sicurezza ai tempi delle minacce di Al Qaeda fino allo scovare una base segreta della polizia di Budapest per colpa di un ascensore rotto. Queste non sono avventure che possono essere vissute attraverso una ricerca su internet ed è anche per questo motivo che quello dell’andare, guardare e raccontare rimarrà sempre il modo più avvincente di fare giornalismo.

Dopo la presentazione l’autore Giovanni Morandi ha cortesemente accettato di dedicare al Leomagazine il tempo di una piccola intervista.

Lei cosa ne pensa delle testate giornalistiche online e della loro crescente popolarità?

Queste sono sicuramente una grande risorsa di questi tempi, hanno sconvolto l’informazione in maniera scioccante nel senso che hanno cambiato “le regole del gioco”. La loro immediatezza e velocità risulta impossibile da eguagliare per gli altri tipi di informazione. Non sono però strumenti concorrenziali con questi altri tipi, ma complementari cioè si aggiungono ad esempio all’informazione cartacea. Imponendo però delle nuove regole al gioco è naturale che quest’ultimo debba cambiare e che chi si ritrova in mezzo a questo cambiamento debba adattarsi a sua volta.

Quale è la cosa che più la ha appassionata nel fare l’inviato speciale?

La possibilità di essere nel posto giusto al momento giusto. Ovviamente l’inviato è una persona che si sposta in base ai grandi eventi che accadono, sia in maniera imprevedibile che in maniera prevedibile: grandi crisi internazionali, guerre ecc. . Quindi questa possibilità di esserci e di vedere con i propri occhi, poter valutare da vicino quel che accade dà un privilegio che chi legge o guarda i fatti alla televisione non può avere. Il tuo compito come inviato è quindi quello di raccontare ciò che vedi, di modo che chi legge, o guarda, raggiunga un livello di “immedesimazione” il più vicino possibile a quel che hai tu stando direttamente sul posto.

Come vede il futuro del giornalismo?

La problematica del giornalismo futuro non la vedo così diversa da quella odierna. Il “terremoto” è già avvenuto, non credo che possa esserci qualcosa che ulteriormente rappresenti quel che è stato l’arrivo di internet. Questo ha cambiato il modo di vivere di tutti, non solo l’informazione. Si può però immaginare degli assestamenti in quello che è successo, ad esempio per i periodici, mi auguro che possano tornare ad avere un loro spazio. Vinta la partita della velocità dagli strumenti mediatici, è però da rivedere la modalità dei media per quanto riguarda la riflessione cioè l’analisi, la lettura che spiega i fatti o i fenomeni. Serve un gran numero di parole per approfondire un argomento (ad esempio dire non solo che è scoppiata una guerra, ma spiegare nel dettaglio perché è scoppiata) e la carta stampata attualmente resta lo strumento migliore per fare ciò. Questo tipo di giornalismo è più selettivo, meno di massa e con numeri ridotti, ma dalla finalità sicuramente irrinunciabile. Non si può immaginare che le news da sole esaudiscano tutto, esse costituiscono una parte del giornalismo, ma vi è un’altra parte, composta ad esempio da grandi inchieste e reportage, che ha una sua tradizione e che ha bisogno di essere rinnovata.

Cosa è che più la ha segnata o colpita durante la sua carriera?

Il lavoro del giornalista è fatto soprattutto anche di intuizione (specialmente sulla carta stampata), ti trovi a occuparti di notizie che sono però in evoluzione e devi fare in modo di “prevedere” quello che sta succedendo per fare in modo di non deludere il lettore che ti leggerà magari qualche giorno dopo. Il risultato più sconvolgente della mia vita è stato l’accorgermi che non siamo capaci di prevedere quello che succederà, neanche fra un minuto, neanche fra un secondo. Siamo incapaci di comprendere il futuro e siamo condannati a poter raccontare solo e soltanto il presente e questa è stata per me una sconvolgente scoperta di questo mestiere. Si può intuire, ma si rimane confinati nell’ambito del calcolo delle probabilità che per quanto alte siano saranno sempre molto distanti dall’essere considerate una “certezza”. Ci sarà sempre un’enorme differenza tra “l’intuire” e il “profetizzare” e l’uomo è in grado di fare solo e soltanto la prima di queste due azioni.