Dopo una turbolenta pausa estiva, l’attività operistica del Teatro del Maggio riprende la sua attività con un dittico davvero peculiare legato dal filo conduttore della gelosia: Noi, due, quattro”, nuova commissione dell’istituzione fiorentina, seguita da “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, in ricorrenza del centenario dalla sua morte, messa in scena per l’ultima volta quest’anno mercoledì  25 settembre.

La tecnologia dei giorni nostri invade ormai ogni aspetto della società e dell’essenza stessa del genere umano, i nostri stessi sentimenti vengono costantemente influenzati da una marea di informazioni somministrateci dalla rete. La tecnologia è in grado di unire persone agli antipodi della terra è vero, ma allo stesso tempo può anche dividere ed innescare gelosie e tradimenti con estrema facilità rispetto ai tempi passati. Ed è proprio immergendosi in questo contrasto così attuale TECNOLOGIA-SENTIMENTI che l’originalissima opera  “Noi, due, quattro” (musica di Riccardo Panfili, su libretto di Elisa Fuksas, responsabile anche della regia) finisce  per mettere in scena uno spettacolo direttamente ispirato ad un fatto di cronaca realmente accaduto.

Narra infatti le vicende di una coppia alto-borghese americana, felicemente coniugata, che un po’ per gioco, un po’ per noia, decide di iscriversi ad un sito di incontri online per coppie sposate.

Mentre la moglie Eva (interpretata da Federica Giansanti) riesce a trovare effettivamente un amante in carne ed ossa, Niccolò (Paolo Antognetti), il povero marito inizialmente ritroso, finisce per innamorarsi virtualmente di Maria (Costanza Fontana), scoprendo successivamente non essere altro che un algoritmo programmato per essere la donna perfetta dei suoi interlocutori. La conclusione dello spettacolo viene proposta agli spettatori con un finale aperto dettato da un tentativo di riconciliazione rimasto in sospeso, lasciando così agli spettatori la possibilità di immaginare il finale a proprio piacimento, mantenendo acceso l’interesse e la curiosità anche a sipario chiuso.

“C’è solo una cosa giusta da fare… vieni con me…”

Queste le parole che Eva pronuncia nella breve scena finale, prima di bisbigliare qualcosa nell’orecchio del marito…

Forse “lasciamoci” oppure qualcosa in stile Eyes Wide Shut, storico film di Kubrick che si conclude con quel “Fuck!” che Nicole Kidman dice a Tom Cruise, invitandolo a far sesso per risolvere la loro intricata vicenda.

Panfili costruisce una partitura complessa ma il risultato tuttavia non è sempre convincente, a causa di una tragicità che appare eccessiva per un libretto che avrebbe bisogno, almeno nella prima parte, di maggiore leggerezza e ironia. Il pubblico reagisce infatti quasi con spavento e irrequietezza a quel miscuglio di emozioni provocate dallo stile musicale. La musica sembra quasi esteriorizzare un guazzabuglio di emozioni, mescolando gelosia e profondo senso di smarrimento, permettendo tuttavia al pubblico di immedesimarsi in Niccolò, marito di Eva dopo aver intuito il tradimento della moglie.

La scelta del linguaggio è caratterizzata da uno stile piano, lineare e discorsivo, che finisce però per suggerire l’esprimersi in prosa anziché in “versi” come dovrebbe essere in un’opera.

Molto originale la scena di Saverio Santoliquido  che divide il palco in una sorta di trittico composto da uno schermo per videoproiezioni, una serie di ambienti intimi (minimali ma efficaci, che si susseguono girando su loro stessi) e un’apertura da cui emergono grandi oggetti simbolici come uno specchio o una grande testa statuaria femminile ricordante leggermente quella della statua della libertà. Gli interpreti si muovono prevalentemente negli spazi al centro della scena, interagendo talvolta con i video proiettati a lato, che alternano immagini simboliche di non immediata comprensione a primi piani dei protagonisti, quasi a descriverne una videochiamata.

Ad esclusione di alcuni simboli criptici come il serpente (probabilmente simboleggiante il tradimento e la stessa Eva) ed il cavallo legato (simbolo di sottomissione legato a Niccolò), si tratta di una scenografia convincente e fluida, che aiuta a seguire la vicenda e in cui i cantanti si immergono con convinzione. Paolo Antognetti aderisce infatti in modo ottimo sia scenicamente che vocalmente al personaggio di Niccolò, mentre Federica Giansanti interpreta Eva con accenti appropriati ma vocalmente non sempre a suo agio, passando il muro orchestrale con difficoltà.

Contrariamente alla scenografia, la storia non appare particolarmente originale. Un qualsiasi episodio della serie britannica Black Mirror (2011) per esempio, indaga ben più approfonditamente le conseguenze della tecnologia nelle vite e nei rapporti umani, rispetto a quest’opera non del tutto convincente che non ha fatto mancare ad un teatro quasi al completo, fischi e segni di disapprovazione.