L’Italia ha subito un duro colpo, e sebbene l’abbia incassato a più di 3000 km di distanza, la ferita è bella profonda: nei pressi di Kirkuk, città irachena contesa e straziata da un’incessante guerriglia proprio come la maggior parte dello stato dell’Iraq, l’esplosione di un ordigno artigianale ha colpito un contingente militare italiano ferendo 5 uomini, dei quali 3 in condizioni gravi. L’attacco è stato rivendicato niente di meno che dall’Isis.

La notizia è stata diffusa dall’agenzia di propaganda jihadista Amaq, e, successivamente, rimbalzata dal Site, un sito d’intelligence che si occupa d’ intercettare i movimenti e comunicati di agenzie come Amaq. L’ente propagandistico recita: “Con l’aiuto di Dio, i soldati del Califfato hanno colpito un veicolo 4×4 con a bordo esponenti della coalizione internazionale crociata ed esponenti dell’antiterrorismo peshmega nella zona di Kifri, con un ordigno, causando la sua distruzione e ferendo quattro crociati e quattro apostati”. Fortunatamente il ministro degli esteri Luigi di Maio, dopo tante cattive notizie, ce ne ha lasciata una buona: tre dei cinque militi italiani “hanno riportato ferite serie, ma nessuno è in pericolo di vita”.

Dopo aver discusso la questione, il Consiglio Supremo di Difesa ha sottolineato ancora una volta l’importanza della lotta contro il terrorismo transnazionale e la necessità di agire sulle zone di maggiore instabilità e disordine, nelle quali il terrorismo esercitato da cellule come quelle dell’Isis ha campo fertile: proprio in Iraq, da tempo, soffia un vento di bufera che ha portato il popolo a rivoltarsi al leader politico Mahdi, chiedendone addirittura la testa, in cerca di cibo e lavoro. Insurrezione alla quale la polizia ha reagito sparando sui civili mietendo più di 300 vittime e facendo oltre 1000 feriti.

A seguito della caduta di Baghuz, ultima roccaforte dello Stato Islamico (Isis), per mano dell’alleanza curdo-siriana risalente a marzo 2019, il terrore dell’Isis agli occhi della massa pareva un lontano ricordo. E non solo, a dar man forte a questa superficiale tesi c’è stato anche l’annuncio di Donald Trump riguardante la morte del califfo a capo dello stato jihadista Abu Bakr al-Baghdadi lo scorso 26 ottobre, il quale si sarebbe fatto saltare in aria mentre era braccato dalle forze americane, consapevole di non avere più via di scampo. Sebbene dopo 13 anni di attività l’Isis sia stato sconfitto, lo stesso non si puo’ dire della sua ideologia ancora ben radicata in Medio Oriente, e questo in Siria e Iraq lo sanno bene, ma a più di 3000 km di distanza dove partite di calcio e social networks si prendono una fetta importante delle nostre vite, forse no.

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