Ci siamo, l’attesa è finalmente finita, uno dei rematch più attesi degli ultimi venti anni è andato in scena la sera del 22 febbraio alla MGM Grand Arena di Las Vegas, e ha visto affrontarsi quelli che da molti esperti sono considerati i due migliori pesi massimi in circolazione: il britannico Tyson Fury el’americano Deontay Wilder.

I due pugili avevano già incrociato i guantoni il 1° dicembre 2018 a Los Angeles, dando vita ad un incontro irripetibile per spettacolarità, che si è concluso con il verdetto di pareggio da parte dei giudici dopo 12 round di battaglia.

Il titolo mondiale  WBC dei pesi massimi è quindi rimasto quel giorno tra le braccia di Wilder, che, per sfatare ogni dubbio sulla sua convinta superiorità, ha concesso la rivincita a Fury.

Il match del 22 febbraio è stato un qualcosa di mastodontico sia dal punto di vista sportivo che economico;  già solamente dalle due inusuali entrate degli sfidanti abbiamo potuto intuirne la portata: con Fury che, adempiendo al suo incarico di “Gypsy King”, si presenta con tanto di trono e corona, e con un Wilder che, come al solito, fa la sua apparizione con la consueta maschera da “Bronze Bomber”.

Tutti si aspettavano una “guerra ad armi pari” tra i due contendenti, affiancando alla potenza dei colpi di Wilder, una netta superiorità di classe e di tecnica da parte di Fury.

Nonostante però l’ideale parità di valore attribuita dai pronostici, è stato Tyson Fury ad imporre la propria egemonia sull’avversario dal primo minuto di match, portando colpi estremamente veloci e precisi che non hanno lasciato scampo al Bronze Bobmer, il quale si è ritrovato a terra per ben due volte prima di vedersi uscire sconfitto per TKO alla settima ripresa.

Quella che abbiamo visto la sera del 22 febbraio è certamente una delle migliori performance del britannico, il quale non ha sbagliato neanche una singola mossa in corso d’opera.

Non possiamo però dire la stessa cosa di Wilder, che ci ha abituato a ben altra cattiveria nei suoi match: dal terzo round in poi, nel quale è caduto per la prima volta in 12 anni di carriera, ha iniziato a subire sia psicologicamente che fisicamente il suo avversario, che ha imposto il proprio volere per tutti i round seguenti, fino a quando l’angolo dello stesso Wilder non ha gettato la spugna per impedire danni ulteriori per il proprio pugile.

Questa vittoria può essere considerata una sorta di redenzione per il pugile inglese, il quale, dopo essere diventato nel 2015 campione indiscusso dei pesi massimi, sconfiggendo la leggenda di Klitschko, si è ammalato, un po’ come tutti i grandi artisti, di depressione, non avendo più, come egli stesso ha detto in un’intervista “uno scopo nella vita”, e  trovando un fittizio rifugio in alcool e droga e deturpando il proprio corpo, facendolo arrivare ad oltre 200 kg di peso.

Questo periodo che lo ha visto lontano dal pugilato stava per costare il suicidio all’attuale campione, il quale però ,inspiegabilmente, decise di reagire e di rialzarsi dal baratro in cui era caduto, perdendo in un anno ben 70 kg e tornando allo sport che era stato causa della sua gloria e della sua sofferenza.

Fury dimostra una capacità di reazione al dolore e una forza mentale fuori dal comune, che, accompagnate ad una naturale eleganza di esecuzione e ad un corpo colossale di 206 cm per 115 kg, non lo fanno solo apparire come il campione del mondo ma anche come un esempio di rivalsa per tutte le persone che soffrono.

Tutte e 5 le cinture dei pesi massimi tornano quindi in Inghilterra: una detenuta dallo stesso Fury e le altre 4 da Anthony Joshua.

Saranno quindi questi due a sfidarsi per unificare i titoli in quello che allora potrà essere considerato come un derby inglese?

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