La legge, un meccanismo umano e imperfetto che sarebbe utopico immaginare esente da errori, può essersi scordata di così tanti morti, ma sicuramente nessun amico, fratello o sorella, padre o madre, figlio o figlia di una delle tante vite perse potrà mai cancellare quelle terribili immagini colorate col fuoco e le fiamme che più di undici anni fa ( 29 giugno 2009) facevano il giro delle televisioni italiane.

Facendo un balzo in avanti fino ad oggi, quei ricordi sfumati della Strage di Viareggio si caricano di ancora più dolore: la Corte Suprema di Cassazione ha deciso di rimandare a giudizio il capo d’imputazione per disastro ferroviario nei confronti di Rete Ferroviaria Italiana e l’ex amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato Mauro Moretti. Di conseguenza scatta la prescrizione per le 32 accuse di omicidio colposo, morti condannate a rimanere dietro le sbarre dell’oblio per sempre.

Disperati amici e parenti delle vittime davanti al palazzo della Corte di Cassazione a Roma e negato quindi il risarcimento a ben 22 società che si sono costituite parti civili, al contrario delle famiglie, che però, ferite nell’orgoglio, più che denaro si aspettavano rispetto per le vittime e soprattutto giustizia, con la speranza che le cose potessero cambiare. Da una parte il legale delle famiglie è estremamente amareggiato dichiarando che “Non è finita […] il principio che sovrasta l’aula magna della legge che è uguale per tutti è stato dimenticato” aggiungendo parole forti e definendolo un vero e proprio attacco alla democrazia non meno grave di quello avvenuto a Washington durante l’assalto al Campidoglio; l’avvocato di Rete Ferroviaria Italiana e quello di Mauro Moretti, invece, tirano un sospiro di sollievo, ritenendo di aver sistemato le cose dopo quella condanna della Corte d’appello a detta loro ingiusta. Nonostante ciò se da una parte vi è la profonda delusione verso lo Stato che ha fallito, non riuscendo ad individuare delle colpe e riportando alla luce le criticità legate alla prescrizione, dall’altra la legge ha riconosciuto il disastro ferroviario, un’accusa pesante e che dovrà necessariamente trovare un responsabile.

Un tuffo nel passato tra lacrime, fiamme e macerie

“Ferma i treni più lontano che puoi da Viareggio, è scoppiato tutto qua!” queste le parole che il macchinista Andrea D’Alessandro, appena sfuggito da morte certa, riferiva in telecomunicazione all’incredulo dirigente operativo della stazione di Viareggio la notte del 29 giugno del 2009. Era appena deragliato un treno merci costituito da carri cisterna contenenti GPL, perforato in un devastante urto con un’infrastruttura vicina e spargendo il gas ovunque. Un’esplosione proprio sotto un sovrappasso pedonale, ad un paio di centinaia di metri dal prefabbricato per i viaggiatori della stazione di Viareggio, poi un enorme incendio. 11 persone perdono la vita in pochi minuti, avvolte dalle fiamme che divampavano o schiacciate dalle macerie delle molte abitazioni distrutte e non più ricostruite a causa dei danni comportati dallo stress termico. In poche settimane, il bilancio diventa 32 vittime e 25 feriti.

Causa accertata è stato il cedimento del carrello del primo carro, che se ne è poi trascinati dietro altri quattro, per colpa di un sovraccarico. Si tratta di un problema che interessa spesso i treni merci durante la loro produzione. Per prevenire piuttosto che curare, trattandosi di un pericolo che si aggrava solo con il passare del tempo, sono necessari dei controlli che a quanto pare non sono stati svolti correttamente durante la produzione e anche una volta usciti dalla fabbrica, mentre vengono impiegati in servizio.

Una decade di processi

Si mettono così in moto i meccanismi lenti e rugginosi della giustizia italiana. Pochi mesi dal disastro i parenti delle vittime sono decisi a vederci chiaro e sollecitano la procura di Lucca partecipando a proteste pacifiche, come un sit-in di trentadue ore, stesso numero delle vittime; dopo più di un anno dalla strage grazie alle indagini si arriva finalmente al primo processo con 38 indagati, tra i quali Mauro Moretti, ai tempi amministratore delegato delle ferrovie dello stato. La questione è spinosa: sono ben 40 le parti lese, ma gli imputati negano le responsabilità e si procede quindi con cautela, approfondendo le indagini e chiarendo la dinamica. Il giudizio della maggior parte degli imputati viene poi rinviato: qualcosa non funziona, tra processi e burocrazia passa il tempo. Solo nel 2017 si arriva alla condanna di primo grado alla Corte d’appello e alla reclusione di circa 7 anni dei veri e propri vertici del settore come Michele Mario Elia, AD di Rete Ferroviaria Italiana nel 2009 e Vincenzo Soprano, per quanto riguarda Trenitalia. Ultimo, ma non meno importante Mauro Moretti, per il quale la procura di Firenze aveva chiesto addirittura 15 anni, ma nel 2020 il Moretti fa ricorso in Cassazione e si giunge alla notizia di questi giorni: giudizio rinviato, ma le accuse di omicidio colposo vengono prescritte.

“Non riesco a ricordare i loro volti, mi occorre guardare una foto

Andrea Maccioni ci ha descritto quest’incubo che è iniziato undici anni fa. Si tratta di un parente di ben tre vittime della strage: la sorella Stefania e i due nipoti Luca e Lorenzo. Collabora inoltre con la ONLUS “Il Mondo Che Vorrei” gestita da Marco Piangentini, suo cognato nonché marito e padre dei tre, che ha lottato da allora per cercare di cambiare le cose sia a livello giuridico sia sensibilizzando sull’argomento nelle scuole, per sradicare la spesso velenosa mentalità italiana: girarsi e guardare dall’altra parte.

Cosa ricorda di quel 29 giugno? “Vivevo da solo al tempo, erano tutto per me, la mia famiglia. In un battito di mani mi è cambiata la vita. Ero nel panico, sono andato subito a cercarli e da quanto mi autoconvincevo che non fosse successo nulla guardavo una casa in fiamme, sperando che potessero salvarsi, senza rendermi conto che in realtà la loro era già crollata. Erano stati suddivisi qua e là negli ospedali, ma erano irriconoscibili, completamente bruciati e ustionati. Riconobbi Stefania grazie al suo tatuaggio, si trattava di una L elevata al cubo, per indicare le iniziali dei miei nipoti. Non riesco a ricordare i loro volti, mi occorre guardare una foto”.

Qual è stata la sua reazione alla decisione della Cassazione?  “Mi trovavo insieme all’associazione a Roma, non mi aspettavo che un intero castello potesse crollare così, sono rimasto devastato. La verità era sotto la luce del Sole, ma in Italia da questa alla giustizia passa di mezzo il mare. Quando succedono questi disastri la prima cosa che i politici dicono è “Che non succeda mai più”. Abbiamo avuto la riprova che non c’è interesse investire nella sicurezza, nel fare un passo avanti. Questo perché in un mondo frettoloso come il nostro conviene investire nelle nuove tecnologie e se ogni tanto capita qualcosa si perdono meno soldi liquidando i danni. Spesso mi sono sentito dire “Lascia perdere, ma chi te lo fa fare? Il mondo gira così purtroppo”, eppure dopo tanti anni noi siamo ancora a combattere contro questo tipo di indifferenza e proprio per questo è nata l’associazione. Sicuramente è difficile, ma non molleremo”.

“Sento ancora quell’odore di GPL nel naso

Anche il noto giornalista e saggista fiorentino Marco Ferri, che all’epoca lavorava al Giornale della Toscana e seguì la vicenda, ci ha raccontato quei giorni, riportando alla mente immagini scioccanti: “Sono molto legato alle spiagge di Viareggio, tutte le estati vado al mare nelle vicinanze. Quella sera stavo tornando a casa in scooter e prima di partire notai dietro un campeggio una luce arancione stranamente intensa, data la tarda ora, ma non ci feci molto caso. Alle sei di mattina mi svegliò il mio direttore: “Dimmi che sei ancora al mare, nel caso contrario tornaci subito perché è successo un disastro!”. Quale dettaglio mi impressionò di più, dici? Le piante di fico: dovrebbero essere rigogliose e verdeggianti a giugno, invece erano completamente nere e accartocciate. I carri capovolti sulle rotaie, le auto distrutte, le macerie. Tutto liquefatto, come se fosse passata una colata di lava. Alle 8 di mattina ero lì, sento ancora quell’odore di GPL nel naso. Ancora oggi se vado con qualcuno a Viareggio indico i segni che ha lasciato la tragedia”. 

Lei ha seguito la faccenda con attenzione, che idea se ne è fatto anche alla luce delle ultime notizie?  “In Italia è sempre più difficile trovare un responsabile, tutto consiste in un continuo scarica barile. I controlli non sono stati rispettati, è chiaro, basta un errore e pagano in centinaia: chi neanche si è accorto che in qualche istante avrebbe perso la vita, chi ha ci ha messo settimane per morire e chi ha perso genitori o figli ai quali non ha neanche potuto dire addio. Sono stato anche ai funerali, neanche durante le partite di calcio ho visto quello stadio così pieno. Era permeato da una rabbia infinita. Se qualcuno la fa franca quando succedono disastri del genere, non possiamo considerarci un paese civile”.

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