Secondo un rapporto del WWF e il Greenhouse gas management Institute (Ghgmi) del 19 luglio 2022, l’Italia sarebbe il paese con più costi da sostenere per il sistema sanitario per problemi di salute causati da emissioni di il metano in tutta Europa e il Regno Unito. Tra il 2000 e il 2019 queste spese ammonterebbero a circa 2,17 miliardi di euro. L’esposizione a questo gas infatti può provocare problemi respiratori, circa 15 mila casi, 4100 ricoveri ospedalieri, più di 5 milioni di giorni lavorativi perduti per malattia e anche la morte. Questo rapporto infatti ci dice che sono stimati 2864 morti solo nell’anno 2019 per l’esposizione a questo gas. Di fronte a questi numeri Mariagrazia Midulla (responsabile clima ed energia WWF Italia) esprime grande preoccupazione per quello che sta facendo il governo di fronte a questa situazione. Oltre a disturbi legati alla salute, il metano provoca grandi danni all’ambiente. Le emissioni di metano sono aumentate del 47% dall’epoca preindustriale. Una riduzione dell’utilizzo del metano, avrebbe degli effetti significativi in breve tempo, poiché il metano è un gas sì 80 volte più potente dell’anidride carbonica, ma ha anche una permanenza molto più breve nell’atmosfera.
 Come ci suggerisce Sandro Fuzzi, climatologo del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), il tempo di permanenza nell’atmosfera del metano è di circa 12 anni rispetto ai secoli dell’anidride carbonica. Questa specifica caratteristica del metano porterebbe enormi benefici sull’ambiente, in tempi relativamente brevi se fossero sospese o ridotte le emissioni. Nel 2019 in Italia le emissioni di metano sono state pari a 1700 migliaia di tonnellate. Come fa notare Domenico Gaudioso, esperto dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) ci sono dei settori che sono i primi per emissioni di metano, e questi sono: produzione di l’energia elettrica che pesa per il 17,9%, l’agricoltura con il 44,2% e la gestione dei rifiuti che impiega il 37,9% ma soprattutto le perdite e fughe di questo gas che non sono controllate correttamente e lo possono essere difficilmente. Tra il 2000 e il 2019 l’Italia si posiziona al diciottesimo posto in Europa per l’impegno nella riduzione delle emissioni. A questo proposito il governo ha pensato che non fosse abbastanza ridurre le emissioni di anidride carbonica, ma anche del metano. Quindi dal 2019 il governo ha cercato di trovare delle soluzioni, la più ovvia sarebbe quella di ridurre le quantità di metano che vengono utilizzate avviando un processo di decarbonizzazione. Come ci suggerisce l’esperto Alex Sorokin, ingegnere e direttore di Interenergy, tutto questo si può raggiungere aumentando l’utilizzo delle energie rinnovabili, in particolare Sorokin fa riferimento all’energia fotovoltaica ed eolica. Potrebbe essere accompagnato da fonti rinnovabili programmabili, come per esempio quella idroelettrica almeno attraverso i sistemi di pompaggio già esistenti. Questi infatti, se sfruttati totalmente coprirebbero il 7% del fabbisogno elettrico nazionale. Anche Carbon Tracker sostiene che un piano così composto, con 31% di solare fotovoltaico, 17% di eolico e 16% di accumulo elettrico a cui si aggiunge un 27% di demand response (che consiste nella possibilità di ridurre o aumentare i consumi energetici in risposta ai picchi di domanda o di offerta) porterebbe ad una forte riduzione dell’utilizzo di combustibili fossili come appunto il metano. 
Per adesso queste energie rinnovabili coprono solo il 14% del fabbisogno elettrico nazionale del nostro paese. Secondo l’Onu un taglio del 45% entro il 2030 delle emissioni di metano causate dall’uomo, potrebbe evitare l’incremento di circa 0,3 gradi di riscaldamento globale aiutando a contenere l’aumento della temperatura pari a 1,5 gradi, come stabilito negli accordi di Parigi del 2015, in cui 185 nazioni si sono impegnate per raggiungere tale scopo. Questo accordo persegue anche l’obiettivo di limitare al di sotto dei 2 gradi il riscaldamento globale medio rispetto al periodo preindustriale.  L’Unione europea si sta impegnando per ridurre del 40% le emissioni di gas ad effetto serra e impiegare per il 32% energie provenienti da fonti rinnovabili, tutto questo entro il 2030. 
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