Grazie al successo de L’uomo più crudele del mondo, il dramma teatrale di Davide Sacco rappresentato nei giorni scorsi al teatro fiorentino della Pergola, 1) abbiamo avuto il piacere di intervistare uno dei due attori in scena, Lino Guanciale, che insieme al collega Francesco Montanari è riuscito a far emozionare il pubblico, lasciando tutti con il fiato sospeso fino alla chiusura del sipario. Per i pochi che non lo conoscessero, Lino Guanciale è un attore italiano, nato il 21 Maggio 1979 ad Avezzano, un comune di circa quarantamila abitanti in provincia dell’Aquila in Abruzzo, appassionatosi di teatro e di recitazione nel periodo del liceo, dopo aver studiato per un breve periodo lettere e filosofia all’università La Sapienza di Roma, decide di inscriversi all’Accademia d’arte drammatica “Silvio D’Amico”, iniziando ad intraprendere così la carriera d’attore, che successivamente gli porterà grande successo in Italia e non solo. Recita per la prima volta nel 2003 diretto da Gigi Proietti in Romeo e Giulietta, spettacolo che inaugura il Silvano Silvano Toti Globe Theatre di Roma e da lì inizia un percorso che lo porterà alla fama e a vari riconoscimenti tra cui un importante Premio Gassman. Interprete di straordinaria bravura e versalitità, è stato protagonista anche di alcune serie televisive di grande successo, come L’allieva, La Porta Rossa e il Commissario Ricciardi.

Per un attore del suo calibro , che ha molta esperienza sia nel mondo del teatro che in quello del cinema e della televisione, un ruolo come quello di questi giorni non è sicuramente nuovo; ma quali sono le differenze principali tra il mondo del teatro e quello del cinema?

C’è una cosa che fa la concreta differenza tra un linguaggio e l’altro, volendo dovremmo distinguere bene tra set televisivo e set cinematografico, che sono due contesti che finiscono in motivi produttivi che ultimamente si assomigliano molto; ma diciamo che in linea di massima sul set cinematografico hai più tempo per fare le cose, mentre sul set televisivo bisogna correre un po’ di più, ci sono dei ritmi ovviamente più “industriali”. Al netto di questo la differenza fra un set ed il teatro la fa la presenza del pubblico, che è una cosa a cui un attore può essere più o meno abituato o desideroso di gestire; questo credo dipenda molto da dove il proprio mestiere è partito, perché alla fine il lavoro che fai per la macchina da presa e quello sul palcoscenico non sono due mestieri diversi: è diversa la declinazione d’uso degli strumenti che hai. A fare la differenza è proprio il rapporto col pubblico, che non puoi omettere di avere nel tuo orizzonte d’attenzione nel momento in cui sei in scena; questa cosa può spaventare o può essere amata dagli attori a seconda di quale sia il loro punto di partenza nella carriera. Ci sono attori meravigliosi che non amano stare in palcoscenico ed amano dialogare con la macchina da presa; io che invece ho iniziato dal palcoscenico, come anche Francesco, ho bisogno di tornarci, perché una volta che impari a capire gli strumenti per gestire l’enorme paura che ti dà avere una persona davanti e che comprendi che da questo puoi trarne piacere, succede un po’ come con una “amabile droga”, non riesci a farne a meno. Il teatro è un luogo dove personalmente tendo a ritornare spessissimo, ogni volta che posso, perché qui riesco a fare un po’ il punto anche di quello che ho imparato sui set.

Per un opera sia tematicamente che tecnicamente complessa come questa, si immagina che, per recitare al meglio, ci debba essere una certa sintonia tra gli attori, in questo caso con Francesco Montanari, ma anche con tutto il resto dello staff; dunque come valuta questa esperienza sia a livello personale che a livello di “squadra”?

Da quel punto di vista è proprio proverbialmente riuscita, nel senso che l’intesa che c’è con Franceso, sia a livello umano che a livello professionale e artistico, è fortissima. Ne avevamo il sospetto perché avevamo lavorato insieme, anche se non in questo modo, in un altro spettacolo più di 10 anni fa; da allora c’eravamo piaciuti ed adesso finalmente abbiamo trovato l’occasione di stare insieme in palcoscenico in maniera così forte; e siamo felici del fatto che l’intesa che è necessaria per un impresa così, sia proprio quella che riusciamo a portare avanti.

Nell’opera viene esposto il tema di cosa sia l’umanità secondo i due personaggi; invece cosa vuol dire per lei questo termine e come si pone davanti alla visione definibile forse“pessimistica” di Paolo Veres e del giornalista (i due personaggi dell’opera), i quali giungono alla conclusione di essere “feccia”?

Da un certo punto di vista quello che fanno i due personaggi in scena è molto coraggioso; è molto provocatorio quello che sto dicendo, ma i due si confessano delle cose che sono normalmente sconvenienti da dirsi in contesti non solo pubblici, ma anche privati: ammettere ed accettare che dentro di noi alligni tanta ombra quanta luce non è una cosa con cui si viene a patti tanto facilmente, però farlo ci consente di difenderci dall’ombra che alberga in noi e ci consente di essere migliori insieme alle altre persone che con noi costituiscono una comunità. Non si può essere persone “socialmente utili” se non si è stati capaci di percorrere un viaggio all’interno delle proprie ombre e queste due personaggi che si vedono sul palcoscenico in questo spettacolo lo fanno; e non credo che ci sia pessimismo in questo ma che ci sia in realtà un attitudine alla verità, che ovviamente viene qui metaforizzata . Uno spettacolo a volte estremizza un certo discorso per toccare te, spettatrice o spettatore e innescare una riflessione su come riuscire ad essere, in questo caso, così sincero con te stesso.

Secondo lei il suo personaggio, Paolo Veres, è davvero l’uomo più crudele del mondo?

Lo è nella misura in cui lo possono essere tutti, noi a seconda della fortuna che abbiamo avuto a nascere in una parte o meno del mondo, in una famiglia piuttosto che in un altra, in un certo contesto sociale o classe sociale; possiamo essere più o meno costretti a tirare fuori la nostra crudeltà e mi piace pensare che in realtà un punto empatico con questo personaggio sia proprio sentire che quello che sta dentro di lui è quello che sta dentro ognuno di noi.

Infine quale è il suo consiglio per quei giovani ragazzi che sono appassionati di recitazione e vorrebbero cimentarsi in questa professione?

Quando ho deciso di farlo io era il 1998 evigeva l’idea che esistessero professioni più sicure rispetto ad altre; oggi mi sembra che questa concezione sia un po’ venuta meno. Certo può rassicurare di più un genitore un lavoro di quelli definibili sicuri come il medico, l’ingegnere, il commercialista ecc., ma in realtà ormai non esiste qualcosa che rassicuri davvero più di qualcos’altro, perché viviamo in una dimensione di tale precarietà, anche nel nostro occidente iper-civilizzato e ricco, che tanto vale almeno scommettere sul fare quello che ci piace. Quindi il mio consiglio è quello di non rinunciare “ab ovo” al proprio sogno, ma di avere tanta capacità di essere crudeli con se stessi; bisogna mettersi alla prova e questo significa, per esempio, fare provini in tutte le grandi scuole di recitazione che ci sono in questo paese; fare un provino iper-selettivo per entrare in una di queste scuole ti mette a confronto con ragazze e ragazzi che hanno il tuo stesso sogno e ti fa già scoprire a che punto sei. Se ti va bene e ti prendono avrai tre anni per lavorare su te stesso in un contesto preparato e riparato; in caso contrario dovrai fare un test alla tua motivazione, e questo è fondamentale quando si è giovanissimi, perché si ha il tempo per buttarsi su qualcos’altro e magari capire che il teatro o la recitazione vanno coltivate in un altro modo, forse non esclusivamente per la propria vita professionale. Insomma mettersi alla prova ed essere crudeli è la porta per riuscire ad essere felici con questo lavoro.

  1. Per lo spettacolo in questione cfr. https://www.leomagazineofficial.it/2023/11/03/luomo-piu-crudele-del-mondo-uno-spettacolo-che-tiene-con-il-fiato-sospeso-grande-successo-della-prima-alla-pergola-del-dramma-di-davide-sacco/
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